In…canto d’amore

aprile 21, 2012

 

Questa presentazione richiede JavaScript.

 

Riporto l’articolo di Francesco Giordano sulla serata:

VENERDÌ 20 APRILE 2012

Poesia d’Amore al Centro Kerè con Vera Ambra, una serata densa di sentimento

Poesia d’Amore al Centro Kerè con Vera Ambra, una serata densa di sentimento

Nei simpatici locali del centro sperimentale Kerè, in via Macherione 21 a Catania, il 19 aprile si è parlato di poesia e d’amore: binomio indissolubile, il quale non poteva non avere come protagonista la donna che negli ultimi vent’anni più di molte altre, ed altri ignoti, si è prodigata per la diffusione del Verbo della poesia e dell’Arte hic et nunc, nella città etnea, nella terra di Sicilia, in Italia e nel mondo, ossia Vera Ambra.

Presentata da Mario Bonica, la serata partecipata dal qualificato pubblico intervenuto, ha registrato le letture di poesie di Mariella Sudano, di Gabriella Rossitto, di Maria Tripoli e di Vera Ambra, alternate dalle canzoni dell’artista Gregorio Lui, accompagnato dalla sua chitarra. Poesia d’amore al femminile, e non poteva essere diversamente, poiché è nell’eterno femminino che si riscontra sempre quel sentimento sublime che è l’anima mundi. E se Mariella Sudano e Gabriella Rossitto, nelle loro singolarità, lo hanno espresso l’una in modo mitopoietico l’altra in forma dialogica, Maria Tripoli, da pittrice quale è affermata da anni, ha inteso sublimarlo con le sue parole dense di sensibilità.

Vera Ambra ha toccato le corde più profonde dell’anima, leggendo la “Lettera al primo amore”, nonché l’elogio al compagno sempre fedele ed amico, il gatto, su cui si è esercitata molta letteratura in tutti i tempi. Gradevole anche il siparietto finale a cura di Orazio Costorina.  Incontro breve ma intenso in uno spazio nascente che intende aprirsi alla “nouvelle vague” dei palpiti più vivi ed operanti della città dell’elefante, in nome di quell’Amore per la Sapienza, che è il primo motore d’ogni umana, ed anche sovraumana, vicenda. L’Associazione Akkuaria ed il movimento dell’Alienismo appena nato e presentato nella città eterna, di cui vi furono esponenti autorevoli e che vede ancora in Vera Ambra l’entusiasta catalizzatrice, supporteranno senza dubbio le idee che si faranno carne viva, e potranno avere il ‘lebensraum’ negli scoperti locali, proseguendo il cammino senza fine dell’Amore.

F.Gio

http://letterecatinensi.blogspot.it/2012/04/poesia-damore-al-centro-kere-con-vera.html

Cca sugnu, di Alfio Patti, alle Ciminiere

aprile 18, 2012

sabato 21 aprile 2012

Ciminiere, sala A1

Catania, viale Africa

CCA SUGNU

ALFIO PATTI

PROVA D’AUTORE 2012

Cca sugnu,  sono qua, eccomi. Già il titolo è una dichiarazione di poetica, esserci per parlare, per gridare, per agire. L’unica arma del poeta è la parola, e questa brandisce contro il disfacimento dei tempi e il sonno delle coscienze.

Cca sugnu chiude una ideale trilogia che comprende Nudi e crudi e Jennuvinennu: comune ai tre libri è l’impianto architettonico, il respiro che li percorre.

Anche qui troviamo tre sezioni, Cca sugnu, Sunteleya e Menzamài. Anche qui predominano le tematiche sociali e filosofiche, e si rintracciano percorsi evidenti ma anche criptici, sottotraccia, di difficile comprensione. Non è mai trasparente la poesia di Patti, lascia al lettore ampi spazi di interpretazione, ma anche di dubbio.

Una coraggiosa denuncia dei mali del nostro tempo, un grido di dolore e al tempo stesso di battaglia: una sveglia alle coscienze assopite, monito e incitamento, forte e spavalda come solo la parola del poeta può essere. Niente che assomigli al disfattismo, però, perché il tutto è pervaso da una sottile speranza, quella in una nuova alleanza, culminante nell’avvento di un uomo-guerriero, capace di rinnovare e di salvare.

Ironia e disincanto, pessimismo e fiducia, tutte le voci di Patti si rincorrono e si fondono armonicamente in una mai scontata unitarietà. Uno sguardo sui grandi temi dell’esistenza, dunque, che, nonostante il buio dei tempi odierni, ha una forza propositiva e lucida: ancora una volta si può credere che la poesia è in grado di cambiare il mondo.

 Gabriella Rossitto

 

http://www.lapisnet.it/eventi/catania/cca-sugnu.htm#.T47CUnweDdI.facebook

Per uno stralcio della prefazione di Salvatore Di Marco:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/04/17/cca-sugnu-di-alfio-patti/

Massimo Maugeri intervista Alfio Patti su Letteratitudine:

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2012/04/18/cca-sugnu-di-alfio-patti/


in…canto d’amore

aprile 14, 2012

Immagine


POMERIGGIO CON L’AUTORE: Pippo Ximenes

marzo 26, 2012

Questa presentazione richiede JavaScript.

 LA POESIA DELL’ASSENZA

 

Se volessi cercare una definizione -con le gabbie che sappiamo possono edificare le definizioni- per la poesia di Pippo Ximenes, oserei parlare di “poesia dell’assenza”, delle cose irraggiungibili o perdute, dei ricordi più intensi sul far della sera. Poesie dove tutto è assenza, come dichiara il poeta stesso (Un cono d’ombra, da Il respiro del silenzio, p. 66).

La Poesia di Pippo è caratterizzata essenzialmente dalla musicalità, per me alla base di ogni percorso di ricerca. La musica di cui parlo è in prevalenza quella dell’endecasillabo, a volte del settenario e del novenario, è quindi la più fluida e classica. E si potrebbe pensare allora a una pesantezza del verso che lo infeltrisce e lo rende greve, a gabbie metriche, che piegano il significato e lo snaturano.

Questo però non accade. Le poesie di Ximenes sono brevi e intense, ricche di immagini, scorrono una dietro l’altra come armonia d’acqua, dolce e liquida.

Ci sono parole che insistite ritornano, quasi il poeta abbia necessità di declinarle in ogni sfaccettatura: sera, vento brezza, mare, funzionali alla costruzione di paesaggi della memoria, oasi struggenti del ricordo.

Da sottolineare anche la presenza di rime, spesso baciate, di enjambement, di sinestesie e di metafore ardite, in una scrittura matura e meditata.

Le tematiche che percorrono trasversalmente i volumi finora editi costituiscono un unico filo teso a dipanare inquietudine e domande sull’esistenza: l’amore, gli affetti familiari, la solitudine, la memoria, la vita e la morte, e poi la vita di paese, il tempo, la riflessione sulla parola.

Il volto del presente, la prima silloge pubblicata da Giuseppe Ximenes, presenta temi eterogenei: la partenza di un soldato che saluta l’amata (Soldato, p.8), la quiete sonnolenta del paese, sfiorata appena da un alito di brezza (Un sonno quieto, p. 9), mentre si sopravvive a se stessi e i ricordi vanno ammuffendo come molliche  (Molliche, p. 11).

Il poeta è colui che sa rintracciare nelle cose il dolore, ma fa poi di seta i propri versi, perché distilla con sapienza la sofferenza del mondo e ne fa musica (Conosce un solo modo chi è poeta, p. 23).

E poi la morte senza preavviso (Schianto, p.25) e l’attesa di essa (Fuori dalla vita, p. 42), come avviene nell’ultima fase della vita, in cui un vecchio guarda il mare, sapendo che non vi è null’altro da attendere (Un vecchio, p.30).

Le parole non dette ( Invito, p.26; Nubi, p.31)  diventano più grevi e invadenti di quelle espresse:

Lasciammo cadere il discorso

ma a lungo rimase nell’aria

quell’ultima parola che ancora

reclama di essere detta.

(L’ultima parola, p.28)

E, disincantato e consapevole,  lo sguardo sul degrado, in una fame d’amore che niente può saziare, perché niente in fondo può colmare il vuoto (Ritorno qui a vagare nel degrado, p. 48; Corriera, p. 49; Sesso a ore, lassù le vecchie scale, p.50).

In assoluto il tema dominante, il più denso di significati, è quello della madre:

Vado incontro a una sorte

foriera di rovine,

fra dense ombre contorte

già intravedo il confine:

di là c’è la tua morte

e di qua la mia fine.

(A mia madre, p. 45)

Tema che torna anche ne Alla madre inferma, p.37; Il volto del presente, p. 51; e forse anche in Dormiveglia, p. 54 e  ne L’odore dei tuoi anni, p. 60.

Ne Il respiro del silenzio, la seconda prova del nostro poeta, preponderante è ancora la presenza della madre, manca il suo abbraccio, che saprebbe contenere e comprendere il dolore, fino a trasformarlo:

Non sarebbero nulla queste lacrime

se ancora, madre mia, ti avessi accanto,

come un tempo stringendomi al tuo petto

non staresti a cercare le parole:

ti basterebbe l’ombra di un sorriso

per farle diventare foglie secche.

(Come un tempo, p.14)

La casa ne respira l’assenza, nelle stanze aleggia uno sguardo, e più intensa e dolorosa si avverte la sua mancanza nel silenzio della sera:

mi aggiro per le stanze e su ogni cosa

sembra si avverta l’ombra del tuo sguardo

(da Nell’aria, p.17)

A questa fa da corollario Nel buio, p.18, in cui la notte di grida inudite accentua lo struggimento, ricorrente in Scorrendo lentamente, p.19, e inQuelle parole, p.21, in cui il silenzio è lutto esso stesso.

Altro tema è quello del tempo che scorre inesorabile, che è disincanto, terra di mezzo ostile e brulla, protesa verso un niente sostenuto dalle illusioni (Il tempo che mi resta, p.29).

La vita stessa può essere avvertita come un susseguirsi di giorni vuoti e uguali, dei quali estenua la lentezza, come se si fosse per sempre in attesa della vita vera:

Spesso è soltanto un lento susseguirsi

di giorni vuoti e uguali, esso ci estenua

e a tratti sembra quasi sopraffarci;

ogni volta subiamo il suo trascorrere

nell’attesa legittima di vivere.

(Attesa di vivere, p.26)

o raffigurata come un fiume in piena, in cui la corrente trascina via (Corrente, p.50).

A rendere intensa la tristezza intervengono  le voci care che tornano dall’oblio, da remote lontananze, ma sono uguali al ricordo del mare dentro una conchiglia:

 

Accade che dal più profondo oblio

riemergano talvolta voci un tempo

pur care, le odi appena e le confondi.

È come quando ascolti una conchiglia:

senti remoti gli echi di onde morte.

(Voci, p.35)

Solitudine e silenzio si fanno presenze ingombranti che la notte rende più vivide, concreti compagni cui ci si è assuefatti  (Stand-by, p.37).

Sempre presente poi la Musa ispiratrice, colei/coloro in grado di accendere versi, di trasformare pensieri vaghi in parole, l’amore in senso alto, la dea-poesia che si china a sfiorare il volto e innesca il processo creativo (Alla mia Musa, p. 49).

Così le parole sono dentro gli occhi dell’amata, e solo un suo sguardo può riaccendere la poesia  (Nei tuoi occhi, p.55),  oppure si trovano nel sorriso di lei, la sola capace di destare dal sonno le parole per trasformarle in canto  (A un tuo sorriso, da Nel cuore di una rosa, p. 35) e sono parole, quelle poetiche, da lasciare in dono, in pegno per colmare l’assenza, che dimoreranno sulle labbra dell’amata come baci (Arrivederci, p. 57) anche dopo, quando le parole sostengono il ricordo perché gli occhi dei poeti è nel cuore che hanno le radici (Quando verrai, p.63).

 

Nel cuore di una rosa ci regala altre belle immagini sulla madre, attraverso gli oggetti che ne restituiscono la parvenza:

Sfioro gli oggetti, vago per la stanza,

qui l’ombra di mia madre ancora avanza

curva e lenta; si accosta alla finestra.

Fuori la vita odora di ginestra.

(da La camera dei sogni, p. 26)

e la sua assenza fa dei giorni foglie secche annerite  (Senza te, p.60).

Troviamo spesso la contrapposizione luce/ombra e, nell’ultima silloge, Nel cuore di una rosa, un altro binomio interessante, cuore/parola (per il primo sostantivo 15 e per il secondo 18 occorrenze circa), perché il poeta indaga sulla parola senza perdere mai di vista il sentimento che la nutre e la evoca.

Si evocano anche qui le Muse, che visitano il poeta in sogno per donargli la poesia  (Mi visitano in sogno, p.9)  e sono ancor più presenti le stagioni, ma del cuore più che della natura.

Labbra di mille tenere parole, ultima silloge in ordine di tempo, ci ripropone la natura come sfondo ai sentimenti; i mutamenti stagionali accompagnano le riflessioni sui temi costantemente indagati dal nostro autore: il tempo, l’assenza, i ricordi, l’amore.

Riemergono la contrapposizione luce/ombra e alcuni inscindibili binomi: vento-foglie, luna-stelle, solitudine-silenzio.

Densa e dolente anche qui la presenza/assenza della madre, particolarmente intensa nella lirica che dà il titolo al libro, Labbra di mille tenere parole  (p. 41)

S’inerpica tenace il gelsomino,

lambisce già il balcone, nel mattino

lievi oltre l’uscio danzano le tende

che la luce dell’autunno fende.

A un pio riflesso, diafana parvenza,

furtivo velo d’ombre in dissolvenza,

andare sembri ancor di stanza in stanza,

mia sola mai sopita rimembranza.

Malia di sguardi un tempo, odor di viole,

labbra di mille tenere parole.

 

Anche In passi lenti, p.29 ci presenta gli oggetti lasciati sul comò in un gesto d’amore che testimoniano la loro appartenenza, e sono le stanze stesse che trasudano ricordi (p. 13).

Ma su tutto emerge, come sempre, la parola, la parola come seme al nulla e al tutto (Sia seme la parola p. 3), e mentre il poeta si chiede se sia tempo di parole (Il sonno della luce, p. 28), ne ravvisa la necessità in un rapporto d’amore:

Fra noi

adesso c’è bisogno di parole

che accarezzino tenere il silenzio

 

(Parole, p. 14)

Le parole aleggiano, affiorano ovunque, che siano dolci (p.33) o vuote (p.30), rade parole scarne (p.27) o troppo tenere (p.9), o parole velate in controluce (p.15).

Il poeta diviene un fine cesellatore, un orafo che incastona le parole come pietre preziose, addolcendole di miele nelle notti di veglia, trasformando la miseria in luce:

Per te cesello versi senza fine,

incastono parole ad una ad una

con paziente perizia in lunghe notti

di veglia cospargendone di miele

ogni sillaba. Al palpito del cuore

per donar loro un’anima e la luce

attingo alle mie scorte di miseria.

 

(Al palpito del cuore p.16)

C’è una brezza, dunque, un vento, ed è vento di mare, che percorre tutta la produzione di Ximenes. È il vento insinuante dei ricordi, uno struggimento dolente, amaro a tratti.

La vera poesia è quella che lascia dentro ognuno di noi qualcosa di indefinito ma di profondo, perché mai  la poesia può essere spiegata a fondo, e le emozioni non hanno alcun bisogno di essere tradotte.


Palermo parla n. 81

marzo 22, 2012

 

da “PALERMO PARLA” N. 81-MAGGIO 2011

 

Con “Russània” (ed. Medinova) Gabriella Rossitto si è aggiudicata il Premio Martoglio 2010.

Nata a Catania, la poetessa vive a Palagonia, dove insegna.

Russània è la rosolia, che fa coprire di macchie il volto dei bambini… Perché dunque Russània?

Perché Russània è malattia, malattia d’amore. I componimenti poetici presentano una brevità di versi e contenuti lirici in linea con i moderni e recenti stilemi. Ciò, insieme alla caratteristica delle altre strutture formali e dei toni linguistici, inquadrano la produzione della Rossitto nell’ambito della recente produzione dialettale siciliana. Tali qualità hanno determinato la vittoria in questa ed analoghe circostanze.

La raccolta poetica è divisa in cinque sezioni: cardacìa (ansietà, cardiopatia), vampuliata (ardore, caldana), frastuornu (voglia inquieta), frevi (febbre), nzinchi (segni,gesti). La Rossitto canta infatti l’amore come malattia, nelle sue varie possibili manifestazioni di ansietà, ardore, inquietudine, febbre. Un cammino poetico che – come dice Alfio Patti nell’introduzione stessa – non può concludersi senza segni, cioè nzinchi. Sono le varie fasi dell’amore, i vari momenti, ma esso si traduce in poesia. Quale momento è, infatti, più poetico dell’amore, da che tempo è tempo? Ma la Rossitto ne fa motivo, sempre e in ogni modo, di …malattia. C’è molto amore difficile. Ma eccoci a “cardacìa”, che è il momento più caldo e dirompente fra i quattro…

Cauru: M’attunnulìa / ddu vrazzu / ancora / e ddi vasuni… (a soru facemu finta ca si’ a me zita / ccussì a dda

lesa / cci pigghia a gilusìa) / si cci tornu / cc’u pinzeri / sentu cauru nt’o cori.

Di ogni composizione, si trova nel libro la traduzione.

Caldo: mi circonda/ il suo braccio/ ancora/ e quei baci/ (sorella fingiamo che sei la mia ragazza/ così faccio ingelosire/ quella scema)/ se ci torno/col pensiero/ sento caldo/ nel cuore.

Lydia Gaziano


Un grazie a Letteratitudine

dicembre 30, 2011


Letteratitudine su Russània

dicembre 30, 2011

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/libri-segnalati-speciali/


Letteratitudine su Russània

dicembre 30, 2011

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2011/12/30/russania-di-gabriella-rossitto/


…e Gabriella in spagnolo, no?

ottobre 19, 2011

 

SENSO E SALVEZZA

Antología di poesia italiana con testo spagnolo a fronte
a cura di Fátima Rocío Peralta García

Edizioni  Akkuaria

 

Leyendo y traduciendo en rumano esta antología de las trece poetas que han publicado con Akkuaria, he recordado algunos apuntes de investigación trans-disciplinario Poesía y espiritualidad, es el famoso ensayo de Donatella Bisutti La Poesía salva la vida.
La autora insistía en todos y dos ocasiones sobre la actual necesidad de desarrollar una espiritualidad trans-confesional, esencialmente laica y moderna, que reabra nuestra humanidad deprimida y oscurecida al alegre estudio de una vida siempre más libre y feliz, de aquel ser humano en plenitud que prensa en cada uno de nosotros, sobre todo en las mujeres, con la fuerza de un Naciente.
La impresión general sobre este volumen coagula y recalca exactamente el credo estético de Vera Ambra, SENTIDO Y SALVACIÓN: un racimo de personalidad distinta en cuanto nación, origen del lugar de nacimiento (Sicilia, Véneto, Toscana, Sardegna, Croacia, Perú), edad, número de libros publicados, instrucción, nivel estilístico (entre artesanal y resueltamente profesional, digámoslo) esfera de intereses no obligatoriamente literarios, se arreglan aún para poner en común un tipo de intensidad en la cual mente respira, no más uniforme, y que se desliza a los confines del tiempo, encuentra la belleza como puro ejercicio de sobrevivencia por entrar en el vértigo verdadero, del arte.
De aquello que común aún los textos poéticos que siguen es precisamente, que es una coherencia entre la propia experiencia de vida y la escritura. Sólo que es exclusivamente nuestro puede resultar nuevo y entonces interesante para los otros.
Nos encontramos por ejemplo en el reflejo de experiencias de amor exaltantes y dramáticas que han tenido la fuerza de transformar la vida de las autoras.
Varias visiones del mundo, que no pueden ser también sociales y morales, se dan la mano en la creencia en ciertos valores, en ciertas prioridades, en el promover y defender la inocencia, la pureza, la humildad, la armonía. Esto no significa cierto escepticismo (que hunde las raíces también en razones sociales) y una dosis de ambigüedad lúdica y hermética.
No falta pero el deber de fustigar explícitamente la guerra (comprendida aquella entre los sexos) y la violencia, la tortura, el abuso en el mundo, la violencia contra las mujeres, contra los niños, contra los marginados.
Una cosa de más que une a las trece poetas parece haber sido un principio puramente ético: escribir solo si y cuando lo siente una necesidad ineludible y casi, a veces, dolorosa. Lejos de considerar la poesía un hecho de élite, una lectura iniciadora, los textos de esta antología se presentan en su imperiosa voluntad de comunicar también sobretodo a las situadas fuera del “círculo interior”.
Sobre la estela de la tradición de las analogías herméticas, la poesía de Vera Ambra hecha de flujos laberínticos y tensiones, es mayormente experimental, condimentado de altos y bajos impulsos, desengaños y claroscuro (entre el otro, el motivo recurrente de la malaimèe, que encontraremos en las líricas de otras poetas de este libro), ella pone en primer plano un existencial particular pero que no excluye la voz de otros. Resulta así un texto de experiencia, imaginación y al mismo tiempo coloquial, a pesar de la redacción a veces surrealista y el clima crepuscular. El combate se da entre el eros salvífico y el tiempo que gracias al pensamiento se convierte en reversible (como en Pavese y Eliade) que es un eterno regreso en un tiempo y espacio que sustrae a la materia. Aquí una muestra de hermetismo nocturno del rostro humano:
Sólo la flauta de alondra/ al primer canto consuela/ el nacer del día/ y el coro de los espectros/ late interrumpido/ la paz/ ahora está en mi calma/ mientras el vestido usado/ excava el germen de la sospecha/ cambio/la pupila en los detalles/ marca el río/ que en la noche/ dulce desciende/ quiéreme igual de bien/ aunque no tenga más gotas para dar”.
Un credo estético envolvente que define un ideal de libertad y belleza es aquel de Angela Agnello: “No te creerán, /y el cristal/ único amigo, en el reflejo de un momento/ capturarás, como si, solo de aquel sueño/ te fuese nutrido, / por el tiempo que ha sido/ y aquel a venir/ No te importará volver, / No sabrás donde ni a quién. / Será la libertad/ de un fragmento de luz/ que habrá del interior/ la belleza profunda/ y te bastará para siempre”.
De Beatrice Gradassa retenemos este desgarrador y al mismo tiempo lleno de sabia verdad Epístola: “Querida amiga, / Estoy siempre más convencida que la vida se paga viviendo/ y que la felicidad/ – si no es una invención de la mente para soportar miedo y dolor – sea de coger en las pequeñas cosas, simples/ gestos de amor que llenan el corazón, queman el alma y/ regalan el estupor de una sonrisa. Tal vez es simplemente esto /el maravilloso sentido de la vida…” el estupor de una sonrisa, de verás, aquí una estupenda fotografía de la psique humana.
La serbia-croata-italiana Bojana Bratic Ivic hace el elogio del sueño, del recuerdo fusión, del pasado de las emociones únicas, conoce también la técnica de retirarse en el paisaje, en el espacio sideral y en el tiempo infinito señalado de la resaca del mar: “Balancear/ sobre el borde de las estrellas embriagantes/ en huida/ entre pasado y presente/ encontrando las palabras/ temblante/ rechazado/ de un presente no mío/ lejano/ irreal/ en lucha contra flujos transparentes/ de mar (…)”, sin olvidar de ser una conciencia comprometida.
Mariella Mullas es una sensitiva que aclama a la naturaleza y a su tierra madre (Sardegna): el recurrente escenario marino está marcado del perenne fluido y reflujo de la ola que alude también al transcurrir del tiempo.
Que no les quita el vigor un poco retorico de lanzarse contra la violencia: “Te escribo y te maldigo/ por cada remoto delito tuyo, / presente y futuro…/ tú, morbo fatal en el alma/ de quien te acoge en el usar instrumento / de iniquidad, poder y anulación/ de la dignidad y del valor de la vida.”

La poesía de Micaela Balice confronta temas como la religión, la vida y la muerte, el tiempo y el silencio de una humanidad en cadena, sin adoptar un lenguaje áulico y desprovisto de aquella suave sensualidad que es la cifra dominante de la autora.
Un himno al amor, por lo tanto del exergo de Erica jong donde se encuentra una precisa referencia al polvo, aquella materia que se posa por todas partes no hay movimiento, dondequiera el tiempo detiene el ritmo de convertirse, por todas partes la vida cesa su palpitar.
Aquí una espléndida artista poética acompañada de fabulosas, mitológicas metáforas de la catanese Mariella Sudano: “Sobre los carriles de mis nubes/ te he encontrado /jazmines de bolsillo/ y un amante de cristales// entre las gemas esplendentes/ de la sal mayor. // las platas / esperan ya// las danzas robadas/ por Prometeo.”
Para Sudano los sonidos y las imágenes son dos caras de la misma medalla. Las dos artes se completan unos a otros, creciendo sin fin.
Versos ricos de pasión y de tensión, envuelto con tenacidad a la vida, para afirmar a todo costo el valor y la dignidad de la persona humana se extienden hasta el infinito hilo de lo imaginario.
La croata Ivana Marija Vidovic, pianista de fama internacional, escribe un ciclo floreal en el cual las flores – el bucaneve, la violeta, el mughetto, el myosotis – representan sí la sublime belleza arquetípica, pero crecen también los símbolos de personas, sensaciones, fenómenos y movimientos de ánimo. Alabando, a pesar de algún inevitable patetismo y melodrama, a las flores (flora espontanea, como se dice) estas centellas de vida en la unión de significado y sonido que es la poesía, Vidovic parece repetir la famosa redacción di Paul Verlaine: ¡De la música en primer lugar!
Pero en el contemporáneo nos ofrece una lección de franciscana humildad; lo mismo hace la principiante Marilena Sbriglione: “Y yo encastrada en una sonrisa/ desahogo el arte de sobrevivir/ porque he comprendido el valor/ de la humildad.” La antología de esta última, vivir solamente de aire… demuestra cómo se puede vivir sólo del aire denso de las palabras y de música, de una atmósfera enrarecida de amor. Porque sólo los poetas están en grado de leer las tramas sutiles suspendidas entre las nubes, los copos sonidos en el susurro de las hojas, en el murmullo de la lluvia. Solamente ellos pueden tomar el aliento de las cosas, de la naturaleza, las muchas señales del dolor y del amor sordas, de aquello que no se ha dicho.
La anglo-catanese Valerie Scaletta combina la descripción sensual y cromática del paisaje mediterráneo (“A partir de un trozo de visón clara/ está invitando el verde sol de los cactus. / La buganvilia se encogió de hombros/ el fastidio de infinitos pétalos de rosa”) a incisivas metáforas anti líricas y sueños: “Retoños de agonía se han reportado en la naturaleza muerta del cuadro/ el follaje dispuesto entorno provoca incomodidad que irradia/ la fruta es inmadura más que un calambre agudo/ las flores son espasmos de amargura. / Irritante personalización de sí mismo/ esponja empapada de tormento. /Autorretrato.
El camino poético de Antonella Scaramuzza atraviesa todas las experiencias de vida, del amor a la maternidad hasta los momentos de profunda crisis; la poesía para ella parece ser una ventana de la cual observar a sí misma y el mundo, y sobre todo la naturaleza de la cual se sentirá siempre íntimamente participe y que continuará a describir con un casi religioso estupor.
Los textos de Gabriela Rossitto tratan del volumen El blanco y el negro nos hacen pensar a los conceptos del grande argentino de origen calabrese Ernesto Sabato (desaparecido en Abril del 2011) respecto al desacuerdo entre la escritura diurna y aquella nocturna, que pueden coexistir paralelamente o simultáneamente en los intersticios de los versos. Por un parte la autora se esfuerza de entender y de interpretar el mundo desde el punto de vista del tercer milenio, las tipologías y los temas del hombre (tipo el exilio de Ulises o el sacrificio de Prometeo) y además de proyectar el propio destino individual en los personajes tipo Medea, o en los paisajes mirifica – mitológicos(ut pictura poesis); esplendidos los versos que justifican el pecado original de Adán y Eva (despertándose unos a otros los cuerpos de fuego, anhelo, abandono, pertenecientes al cielo, a la armonía de lo absoluto) por otra parte Rossitto intenta vivir la poesía cual ordinaria vida, colma de ilusiones, y bajo la señal de la condenación, de la lágrima, de la enfermedad y oración. Solo que en un cierto momento la obra literaria se sustituye a la vida de la autora, robándosela. La escritura nocturna de Rossitto significa sueño, pesadilla con asesinos, metamorfosis, el vuelo fatal de Ícaro (“El sueño de cera/ se derrite/ en el abrazo del sol”), cementerio de la desmaterialización largo de las calles de glicina y oro, y al mismo tiempo los arcanos de ser mujer, hecha de fuertes antítesis (Eva y María), de naturaleza, de amor, pasión, venganza, fragilidad, fuerza.
Aparentemente hermética, gracias a su estructura intensa-mente aforístico (haciendo venir en mente los célebres motteti montaliani), esta poesía está impregnado de meditación y afectividad, pero también de un decisivo rechazo de las cosas repugnantes, monstruosas, hostiles al hombre y a su existencia, el tema central sigue siendo aún la relación literatura – vida y el riesgo de la dependencia del artista de su creación.
La única no europea, la joven profesora peruana enamorada del dulce idioma italiano y de la poesía italiana, Fátima Rocío, toma los elementos de la grandiosa naturaleza andina, incluso los movimientos musicales del “violín de la luna”, dándonos una prueba de pureza e ingenuidad. Ella exalta, a pesar del léxico repetitivo y un poco tímido y clásico, “el rocío de verano” del cual fue revestida por su amor, resume en fin en prometedora secuencia la “sinfonía de la vida”, es decir su universo lírico cual “oración divina”.

GEO VASILE

 

Fátima Rocío, Peralta García nacida en Lima (Perú) el 28 de Enero de 1978. Es una joven profesora. Es una muchacha sencilla y al mismo modo soñadora. Alimenta un profundo amor por la lengua italiana. En un momento de profunda dificultad es la poesía en llegar a su encuentro y la escribe en italiano y no en su idioma. En Abril del 2010 completa los estudios en el Instituto Italiano de Cultura de Lima y por algunos años escribe poesías, después de haber conocido al gran poeta italiano Francesco Petrarca, durante las lecciones de Italiano. Motivada participa en algunos concursos de poesía, obteniendo amplias aprobaciones. Su participación a los premios literarios internacionales de Akkuaria dedicados a dos grandes nombres de la cultura siciliana, Fortunato Pasqualino y Antonio Corsaro pone en luz su amor por la lengua italiana y sus cualidades poéticas. En el 2010 es nombrada Embajadora de Akkuaria desde aquí inicia una colaboración activa de intercambios culturales con este país.
Es parte de la redacción de Akkuaria y se dedica a la traducción en español de algunos autores de la asociación.

Fátima Rocío, Peralta García è nata a Lima (Perú) il 28 Gennaio 1978. È una giovane insegnante. È una ragazza semplice e allo stesso tempo sognatrice. Nutre un profondo amore per la lingua italiana. In un momento di profonda difficoltà è la poesia a venirle incontro e la scrive in italiano e non nella sua lingua. Nell’aprile del 2010 completa gli studi presso l’Istituto Italiano di Cultura di Lima e da qualche anno scrivere poesie, dopo aver conosciuto il grande poeta italiano Francesco Petrarca, durante le lezioni d’Italiano. Ben motivata partecipa ad alcuni concorsi di poesia, ottenendo ampi consensi. La sua partecipazione ai premi letterari internazionali letterari di Akkuaria dedicati a due grandi nomi della cultura siciliana, Fortunato Pasqualino e Antonio Corsaro mette in luce il suo amore per la lingua italiana e le sue qualità poetiche. Nel 2010 è nominata Ambasciatrice di Akkuaria da qui inizia una fattiva collaborazione di interscambi culturali con questo Paese.
Fa parte della redazione di Akkuaria ed è impegnata nella traduzione in spagnolo di alcuni autori dell’associazione.

http://www.akkuaria.org/poetesseakkuariaspagnolo/libro.htm


Gabriella in rumeno!

ottobre 17, 2011

 

 

 

SENSO E SALVEZZA
Florilegio di poesia italiana con testo romeno a fronte
a cura di
GEO VASILE

Akkuaria Edizioni

 

 

 

 

Nota del Curatore

Leggendo e traducendo in romeno questo florilegio delle tredici poetesse che hanno pubblicato con Akkuaria, mi sono ricordato sia di alcuni appunti del semestrale di ricerca trans-disciplinare Poesia e spiritualità, sia del famoso saggio di Donatella Bisutti La poesia salva la vita. L’autrice insisteva in tutti e due occasioni sull’attuale bisogno di sviluppare una spiritualità trans-confessionale, essenzialmente laica e moder-na, che riapra la nostra umanità depressa e oscurata alla gioiosa indagine di una vita sempre più libera e felice, di quell’essere umani in pienezza che preme in ognuno di noi, soprattutto nelle donne, con la forza di un Nascituro.
L’impressione generale su questo volume coagula e ricalca esattamente il credo estetico di Vera Ambra, SENSO E SALVEZZA: un grappolo di personalità ben distinte in quanto nazione, provenienza del luogo di nascita (Sicilia,Veneto, Toscana, Sardegna, Serbia, Croazia, Perù), età, numero di libri pubblicati, istruzione, livello stilistico (tra artigianale e risolutamente professionale, diciamolo), sfera d’interessi non obbligatoriamente letterari, riescono tuttavia a mettere in comune una sorta di intensità in cui la mente respira, non più divisa, e che scivola ai confini del tempo, incontra la bellezza come puro esercizio di sopravvivenza per entrare nella vertigine del vero, dell’Arte.
Ciò che accomuna ancora i testi poetici che seguono è appunto la sincerità, cioè una coerenza tra la propria esperienza di vita e la scrittura. Solo ciò che è esclusivamente nostro può risultare nuovo e quindi interessante per gli altri.
C’imbattiamo per esempio nel riflesso di esperienze d’amore esaltanti e drammatiche che hanno avuto la forza di trasformare profondamente la vita delle autrici. Varie visioni del mondo, che non possono non essere anche sociali e morali, si danno la mano nel credere in certi valori, in certe priorità, nel promuovere e difendere l’innocenza, la purezza, l’umiltà, l’armonia. Ciò non toglie un certo scetticismo (che affonda le radici anche in ragioni sociali) ed una dose di ambiguità ludica ed ermetica.
Non manca però il dovere di fustigare esplicitamente la guerra (compresa quella tra i sessi) e la violenza, la tortura, la sopraffazione nel mondo, la violenza contro le donne, contro i bambini, contro gli emarginati. Una cosa in più che unisce le tredici poetesse sembra fosse un principio prettamente etico: scrivere solo se e quando lo si avverte una necessità ineludibile e quasi, a volte, dolorosa. Lungi da considerare la poesia un fatto elitario, una lettura iniziatica, i testi di questo florilegio si rivolgono nella loro imperiosa volontà di comunicare anche o soprattutto a coloro situati al di fuori della “ristretta cerchia”.
Sulla scia della tradizione delle analogie ermetiche, la poesia di Vera Ambra fatta di flussi labirintici e tensioni, è una maggiormente sperimentale, condita di altalenanti slanci, disinganni e chiaroscuri (tra l’altro, il motivo ricorrente della malaimée, che incontreremo nelle liriche di altre poetesse di questo libro); essa mette in primo piano un privato esistenziale che non esclude però la voce altrui.
Risulta così un testo sofferto, immaginifico e allo stesso tempo colloquiale, malgrado il dettato a volte surreale e il clima crepuscolare. Il combattimento si dà tra l’eros salvifico e il tempo che grazie al pensiero poetico diventa reversibile (come in Pavese e Eliade), cioè eterno ritorno in un tempo e spazio sottratti alla materia. Ecco una mostra d’ermetismo notturno dalla faccia umana: “Solo il Flauto d’allodola/ al primo canto consola/ il nascere del giorno/ e il coro degli spettri/ palpita interrotto/ la pace/ adesso è nella mia calma/ mentre l’abito sdrucito/ scava il germe del sospetto/ Cangiante/ la pupilla nei dettagli/ segna il fiume/ che nella notte/ dolce scende/ Vogliatemi egualmente bene/ anche se non ho più gocce da dare”.
Un credo estetico coinvolgente che definisce un ideale di libertà e bellezza è quello di Angela Agnello: “Non ti crederanno,/ e il cristallo/ unico amico, nel riflesso di un attimo/ catturerà, come se, solo di quel sogno/ ti fossi nutrito,/ per il tempo che è stato/ e quello a venire./ Non t’importerà di tornare,/ Non saprai dove né da chi./ Sarai la libertà/ di un frammento di luce/ che avrà dell’intero/ la bellezza profonda/e ti basterà per sempre”.
Di Beatrice Gradassa riteniamo questa straziante e al tempo stesso piena di saggia verità Epistola: “Mia cara amica,/ sono sempre più convinta che la vita si paghi vivendo,/ e che la felicità/ – se non è un’invenzione della mente per sopportare/ paure e dolore – sia da cogliere nelle piccole cose, semplici/ gesti d’amore che riempiono il cuore, scaldano l’anima e/ regalano lo stupore di un sorriso. Forse è semplicemente questo/ il meraviglioso senso della vita”. Lo stupore di un sorriso, davvero, ecco una stupenda fotografia della psiche umana.
La serbo-croata-italiana Bojana Bratić Ivić fa l’elogio del sogno, del ricordo struggente, del passato delle emozioni uniche, conosce anche la tecnica di ritirarsi nel paesaggio, nello spazio siderale e nel tempo infinito segnato dalla risacca del mare: “Dondolare/ sull’orlo delle stelle inebrianti/ in fuga/ tra passato e presente/ ripescando le parole/ tremante/ respinta/ di un presente non mio/ lontano/ irreale/ in lotta tra flussi trasparenti/ di mare (…), senza dimenticare di essere una coscienza impegnata.
Mariella Mullas è una sensitiva che inneggia alla natura e alla sua terra madre (Sardegna): il ricorrente scenario marino è scandito dal perenne flusso e riflusso dell’onda che allude anche allo scorrere ineluttabile del tempo. Ciò non le toglie la vigorìa un po’ retorico di scagliarsi contro la violenza: “Ti scrivo e ti strameledico/ per ogni tuo delitto remoto/ presente e futuro…/ tu, morbo fatale nell’anima/ di chi ti accoglie nel tuo usarti strumento/ di iniquità, potere e annullamento/ della dignità e del valore della vita”.
La poesia di Micaela Balìce affronta temi come la religione, la vita e la morte, il tempo e il silenzio di un’umanità in catene, senza per questo adottare un linguaggio aulico e privo di quella soffusa sensualità che è la cifra dominante dell’autrice. Un inno alla vita e all’amore, dunque, sin dall’esergo di Erica Jong dove spicca un preciso riferimento alla polvere, quella materia che si posa ovunque non ci sia movimento, ovunque il tempo fermi il ritmo del divenire, ovunque la vita cessi il suo palpitare.
Ecco una splendida ars poetica corredata di favolose, mitopoetiche metafore della catanese Mariella Sudano: “Sulle rotaie/ delle mie nuvole/ t’ho incontrato/ gelsomini in tasca/ e un mantello di cristalli// fra le gemme svavillanti/ della sala maggiore.// Gli argenti aspettano già// le danze rubate/ da Prometeo.”. Per la Sudano suoni e immagini sono due facce della stessa medaglia. Le due arti si completano a vicenda, sviluppandosi senza fine. Versi ricchi di passione e di tensione, avviluppati con tenacia alla vita, per affermare ad ogni costo il valore e la dignità della persona umana si snodano sull’infinito filo dell’immaginario.
La croata Ivana Marija Vidović, pianista di fama internazionale, scrive un ciclo floreale in cui i fiori – il bucaneve, la violetta, il mughetto, il myosotis – raffigurano sì la sublime bellezza archetipale, ma assurgono anche a simboli di persone, sensazioni, fenomeni e moti d’animo. Inneggiando, malgrado quel po’ d’inevitabile patetismo e melodramma, ai fiori (flora spontanea, come si dice) queste scintille di vita nell’unione di significato e suono che è la poesia, la Vidović sembra ripetere la celebre dicitura di Paul Verlaine: De la musique avant toute chose! Ma nel contempo ci offre una lezione di francescana umiltà; lo stesso fa l’esordiente Marilena Sbriglione: “e io incastrata in un sorriso/ sfogo l’arte di sopravvivere/ perché ho compreso il valore/ dell’umiltà”. La silloge di quest’ultima, Vivere di sola aria… dimostra come si può vivere solo dell’aria densa delle parole e di musica, di una atmosfera rarefatta d’amore. Perché solo i poeti sono in grado di leggere le trame sottili sospese tra le nuvole, i fiochi suoni nel fruscio delle foglie, nel mormorio della pioggia. Soltanto loro possono cogliere l’alito delle cose, della natura, i vari segni del dolore e dell’amore inespresso, di ciò che non va detto.
L’anglo-catanese Valerie Scaletta abbina il descrittivismo sensuale e cromatico del paesaggio mediterraneo (“Da uno squarcio di visuale libera/ è invitante il verde soleggiato dei cactus./ La buganville s’è scrollata di dosso/ il fastidio d’infiniti petali rosa”) a incisive metafore antiliriche e oniriche: “Grappoli di agonia sono riportati nella natura morta del quadro/ il fogliame disposto attorno a raggiera desta sconforto/ la frutta è acerba più d’un crampo acuto/ i fiori sono spasmi d’amarezza./ Irritante personalizzazione dell’Io/ spugna inzuppata di tormento./ Autoritratto”.
Il percorso poetico di Antonella Scaramuzza attraversa tutte le sue esperienze di vita, dall’amore alla maternità fino ai momenti di crisi profonda; la poesia per lei sembra sia una finestra da cui osservare se stessa e il mondo, e soprattutto la natura di cui si sentirà sempre intimamente partecipe e che continuerà a descrivere con un quasi religioso stupore.
I testi di Gabriella Rossitto tratti dal volume Il bianco e il nero ci fanno pensare ai concetti del grande argentino d’origine calabrese Ernesto Sabato (scomparso nell’aprile del 2011) rispetto al dissidio tra la scrittura diurna e quella notturna, che possono coesistere parallelamente o simultaneamente negli interstizi dei versi. Da una parte l’autrice si sforza d’intendere e d’interpretare il mondo dal punto di vista del terzo millennio, le tipologie e i temi eterni dell’uomo (tipo l’esilio di Ulisse o il sacrificio di Prometeo) e in più di proiettare la propria sorte individuale nei personaggi tipo Medea, oppure nei paesaggi mirifici-mitologici (ut pictura poesis); splendidi i versi che giustificano il peccato originale di Adamo ed Eva (svelandosi vicendevolmente i corpi di fuoco, anelito, abbandono, apparte-nenti al cielo, all’armonia dell’assoluto). Dall’altra parte la Rossitto tenta di vivere la poesia quale ordinaria vita, colma d’illusioni, e sotto il segno della dannazione, dello strappo, della malattia e preghiera. Solo che ad un certo momento l’opera letteraria si sostituisce alla vita dell’autrice, rubando-gliela. La scrittura notturna della Rossitto significa onirismo, incubo con assassini, metamorfosi, volo fatale di Icaro (“il sogno di cera/ si scioglie/ nell’abbraccio del sole”), cimitero della smaterializzazione lungo i viali di glicine e oro, e al tempo stesso gli arcani dell’essere donna, fatta di forti antitesi (Eva e Maria), di natura, di amore, passione, vendetta, fragilità, forza. Apparentemente ermetica, grazie alla sua struttura intensamente aforistica (facendo venire in mente i celebri motteti montaliani), questa poesia è pervasa di meditazione e affettività, ma anche di un decisivo rigetto delle cose ripugnanti, mostruose, ostili all’uomo e alla sua esistenza, il tema centrale essendo tuttavia il rapporto letteratura-vita e il rischio della dipendenza dell’artista dalla sua creazione.
La sola extra-europea, la giovane insegnante peruviana innamorata del dolce idioma e della poesia italiana, Fatima Rocío Peralta García, coglie gli elementi della grandiosa natura andina, compresi i movimenti musicali del “violino della luna”, dandoci una prova di purezza e ingenuità. Lei esalta, malgrado il lessico ripetitivo e un po’ timido e classicheggiante, la “rugiada d’estate” di cui fu rivestita dal suo amore, riassume insomma in promettenti sequenze la “sinfonia della vita”, cioè il suo universo lirico quale “preghiera divina”.

Geo Vasile

 

Nota bio-bibliografica del curatore
Geo Vasile, nato nel 1942 a Bucarest (Romania), laureato presso l’Università di Bucarest, facoltà di filologia italiana e romena, con una tesi di laurea sulla poesia e prosa di Cesare Pavese. Professore di campagna (1967-1971), bibliotecario (1971-1990), redattore della pagina culturale di un quotidiano e poi di un settimanale (1991-1996); collabora con le principali riviste di letteratura e arte di Bucarest e altre città del paese.
Dal 1994 socio dell’Unione degli Scrittori della Romania. 
Nel 2000 e nel 2009 ha ricevuto il Premio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest.
È autore di vari volumi di storia e critica letteraria romena e universale. 
Ha tradotto in lingua romena opere di Italo Calvino, Giuseppe Bonaviri, Monaldi&Sorti, Claudio Gatti, Umberto Eco, Marino Piazzolla, Paolo Ruffilli, Giovanni Sartori, Marco Salvador, Gianni Riotta e Giovannino Guareschi. 
Ha inoltre curato e tradotto in Italia e in Romania antologie italo-romene dell’opera poetica di Mihai Eminescu, George Bacovia, Gellu Naum, Ion Vinea ecc. 
Nel 2008 ha riceve la Medaglia della Città di Venezia per la promozione dei rapporti culturali con la Romania e nel 2011 il Trofeo “Akkuaria nel Mondo” dell’Associazione Culturale Akkuaria di Catania.
Da recente ha tradotto in romeno la monografia “Quel Nobel venuto dal Sud. Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio” di Domenico Pisana. 
Nell’agosto del 2011 vince il Gran Premio del Festival-concorso internazionale di creazione letteraria Titel Constantinescu indetto dalla casa Editrice Rafet, con la conseguente pubblicazione di un suo un romanzo “Ruoli di finzione” con cui esordisce come prosatore.

 

http://www.akkuaria.org/poetesseakkuariaromeno/libro.htm

 


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.