SOGNI E LUCI

                  

 

  

SOGNI E LUCI: LA POESIA DI GABRIELLA ROSSITTO

Recensione a “Il bianco e il nero (breve viaggio dal mito al sogno)” di Gabriella Rossitto

 

E’ sempre impegnativo il dono d’un libro: s’aggiunge alla congerie di altri volumi, accatastati gli uni su gli altri, o scorre di propria linfa, ha un significato nell’indistinto? Non lo si sa, se non lo si vive. Se è poi un libro di poesie, il dramma è immenso. Oltre il Minosse dantesco, vi può essere l’Elisio della comprensione? Interrogativi senza razionale risposta. Appelliamo quindi il profondo, gli dèi antichi. Essi rispondono, essi tutto decidono.

Dalle pagine del volume “Il bianco e il nero – breve viaggio dal mito al sogno”, di Gabriella Rossitto, silloge vincitrice del premio internazionale di Poesia “I Siracusani” nel 2001, sorgono tali terrifiche domande. L’autrice, che è insegnante di professione, ci parve frammista di timidezza e discrezione, nello stile elegante e garbato delle giovini donne della provincia etnèa, le quali hanno scritto forse le pagine più vive della nostra storia antica e recente, nella società come nella letteratura. Non v’ha dubbio che tale raccolta di liriche, la quale rivela il profondo travaglio interiore dell’autrice ed una lunga dimestichezza cògli autori della classicità, è destinata a meritarle quella notorietà, mèta oggidì quantomeno offuscata dal chiacchiericcio della nullità dell’immagine, che “la più alta forma di espressione umana, la poesia” (bellissima definizione di Maria Luisa Spaziani), può donare.

Leggiamo: “Bionda Cerere \ stagione accesa \ madre della terra \ facile preda del dolore \ anche una dea… per valli spente \ vaga una speranza \ e si consumano i passi \ si spegne ormai \ la voce”, mentre nello sfondo “bionde le messi \ che ondeggiano \ al vento”: è quella Kore donatrice di vita, apparente quale figura mitopoietica del sogno nelle già ubertose terre della nostra Sicilia ellenica. Una indagine che l’autrice imprende con convinzione e passione. “…E invece viaggio il mare \ il sogno \ e non c’è approdo \ al mio ritorno”: nel trascorso violento delle vicende di Ulisse, un incarnato di infinito si stende, senza confini.   La Rossitto indulge, appar chiaro, in codesto ondeggiare quasi di vascello, forse nella consapevolezza che della apparente assenza dei colori -ella è appassionata di fotografia, trovando nei due antitetici luce e tenebre, un mezzo congeniale di comunicazione- può sceverarsi una spiegazione, o meglio ancora, un intricato percorso vitale. E’ sintomo di macerata ricerca, introspezione profonda, ove il tema della morte appare e fa capolino non di sovente, ma nella permanenza di un triste sorriso.

Così la sensualità di donna mediterranea, nascosta, velata e rivelata nel mistero: “il tuo esser fatto \ di materia impalpabile \ concreta divina \ meraviglia \ il tuo esserci per me \ ma non per me \ mio \ ma solo in prestito”.  Consapevole ella appare della fragilità del poeta, della esistenza medesima del genere umano, della a volte assoluta inconsistenza del tutto, della infinita sofferenza di ricostituire il percorso: in una lirica di agghiacciante e sublime verità, ella lo asserisce con semplicità: “i frammenti di me \ giacciono attorno \ non numerati \ li osservo \ con inutile attenzione \ per quanto paziente \ un dio \ non saprebbe ricomporli”.

A questo punto, il poeta è vinto. L’essere umano è avvinto, scarno fango e però pronto per la risurrezione. Autoplasmata dal Dio medesimo che è in noi. Architetto dei mondi, che ha “perduta la \ geometria \ il senso \ l’arcana matrice \ del disegno…”, può ex novo insufflare l’alito della vita e ricongiungerla in quella trama impalpabile, tenuta assieme còlla forza dell’amore. Quell’amore che, oltre gli estremi del misticismo arcano, è un coacervo di colori. Gabriella Rossitto forse tende a celarli, ma a noi piace rammentare, con le parole

di quel grande maestro che è Giuseppe Ungaretti, che “Ogni colore si espande e si adagia \ negli altri colori \ Per essere più solo se lo guardi” (Tappeto, ne L’Allegria). Dònde la solitudine del poeta il quale, avendo superato le porte Scee della conoscenza intima, è affatto unico e solo, innanzi al mistero, innanzi alla pugna dello spietato, e quanto sfortunato e lacrimevole nel suo cogente destino, Achille.

Il viaggio poetico di Gabriella Rossitto echeggia di inquietudine e sensi segreti: qui è ascosa magna pars della bellezza della silloge. Ella non dice pur dicendo, ella suggerisce non mentendo, ella assevera tacendo. “Addormentarsi \ nella frescura \ così semplicemente \ e non tornare”: echi arcani risuonano magicamente, in quel colore delle parole che già il brillante Eduardo De Filippo cercò di sintetizzare, in una celebre lirica. Qui sta il presente ed il futuro, nel magico passato di chi s’accinge a schiudere l’universo mondo della propria spiritualità, attraverso la poesia. Intuire, tentare di intuire, la verità. Quella soglia segreta oltrepassata la quale l’oscuro è frammisto colle ombre, prima dell’eternità.

E però per una donna, ci ha suggerito con civetteria frammista ad orgoglio femmineo la scrittrice Amalia Guglielminetti, “le verità sono quasi sempre le nostre peggiori nemiche, le intriganti litigiose che si intromettono nelle cose nostre più intime e più care per suscitar gelosie, diffidenze e rancori” (in Scherzi di guerra, da Le ore inutili). Alfabeto del sentimento, ove la poetessa Gabriella Rossitto si intravvede quale occhio di piccione, intenta ad osservare lo svolgersi degli eventi: è uno schermo rabescato, poiché ben protagonista ella traspare, dalle vicissitudini che intende rendere universali. “Vivo nel sogno di un’ombra nell’acqua”, dirà Pirandello in una delle ultime liriche sue pubblicate: non potremmo noi fragili fibre dell’essenza, affermare il medesimo, oltre ogni rito che suscita soltanto apparenze di compiacimento, oltre le stantìe e solforose stanze che inchiodano gli animi al ripetitivo moto dei corpi astrali, senza vita ove non siano energicamente mòssi dal Verbo sacro, e quale verbo sacro, di Afrodite?

Ripeteremo dunque con l’inno di Proco, ultimo guizzo dell’antichità: “Cantiamo l’incanto dai molti nomi… a vedere le stanze di fuoco sfavillante della madre… a tutti premono le opere di Citerea produttrice d’amore” (vers.di E.Zolla). Così, mentre fra il bianco e nero delle poesie di Gabriella Rossitto “il sogno di cera \ si scioglie \ nell’abbraccio del sole”, avremmo ancora una volta raggiunto quel culmine di Natura universa, ove forse solo è l’ultima pace, il convegno finale delle bianche fantàsime: non prima però, di narrare ancora ed ancora (satis est, satis est…!), d’amore.

 FRANCESCO GIORDANO

 

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