Recensione a “Segrete stanze”

 

SEGRETE STANZE di Gabriella Rossitto – Ed. Akkuaria, 2008

E salvami ti prego

non da mostri orrendi

ma da me

Se si vuole conoscere la cifra di G. bisogna partire proprio da questi tre versi, in cui sono presenti gli elementi fondanti della sua parola, del suo pensiero, della sua essenza:

                              – l’aspirazione al superamento di ciò che di oscuro, di magmaticamente  invischiato, l’ animo suo racchiude;               

                              -la consapevolezza di non possedere gli strumenti idonei a raggiungere l’obiettivo, perché i nemici non sono mostri esterni, ma nemica le è una parte di sé, quella parte che continua a sfuggire all’ordine e alla chiarificazione che la ragione vorrebbe imporre;

                             – la centralità di un io che si illude di potersi muovere compostamente nel presente, mentre sa di non avere ancora reciso il cordone ombelicale con il suo passato, con un passato generoso, per alcuni versi, e quanto mai crudele e avaro, per altri.

         Il fatto è che G. non ha ancora fatto bene i conti con la sua vita, non è riuscita a spiegarsi perché nella sua esistenza ci siano stati accadimenti  il cui senso le resta oscuro, che non riesce  a decodificare,  a far proprio, e di cui  la sua poesia è sostanziata e  pervasa .

        Poesia fortemente contrassegnata dalla dialettica degli opposti: da una “terra opprimente”, che ha scordato e fatto scordare il colore del cielo, e  dall’indulgenza del vento, trascrizione semantica  dello slancio vitale, del mutamento interpretato come crescita e positiva trasformazione, benché  non  se ne possa ipotizzare, aprioristicamete,  né  direzione  né  meta.

       L’aspirazione a superare questa opposizione si rivela nella ricerca, sotterraneamente affannosa, di un “apollineo” a cui la mente, per cultura e per bisogno intrinseco ed  etico,  mira, pur consapevole  che il cuore metterà in atto tutte le strategie per vanificarne la riuscita.    Ma, qualunque sia l’esito del percorso del vento, esso rappresenta, sempre e comunque, qualcosa di desiderabile, di compensativo, perché si contrappone alla rigida immobilità della terra, che, anche quando è produttiva, non ha nulla di consolatorio, se  fa crescere bene “gigli impertinenti” dall’ “intollerabile profumo”, se permette che una bianca margherita muoia senza ragione, se ci concede di stare in un tempo  fatto di tanti  attimi di  “perenne/affanno”.

       I versi citati appartengono tutti  alla sezione Soffitta  e  si  potrebbe obiettare che pretendere ordine in una soffitta è irrazionale, illusorio, innaturale, perché la soffitta è il luogo in cui gli oggetti vengono temporaneamente posti alla rinfusa, in attesa di una più stabile sistemazione che  quasi sempre non arriverà mai.

L’osservazione è giusta, ma è un fatto che nelle liriche del Soggiorno la sostanza profonda della poesia di G. non muta poi tanto . La  solarità del primo testo è, infatti,  subito soffocata dalla nuova valenza assunta in questa sezione  dal vento, che qui è  diventato  o capriccioso  o  espressione della collera di Dio, i cui occhi socchiusi  producono, anzi determinano, il buio “sullo stupore/ dell’universo”, ed è negata dalla presenza silenziosa o dell’amico“perduto da tempo” o dalla creatura che al  momento  della partenza/dipartita ,  nella “fretta sconnessa”,  non ha portato con sé che  parole  prese a caso.

       Pungente e sarcastico si rivela  il dialogo in “Tutto bene” , la lirica del controcanto, dell’interlocutore  (che per me è un’interlocutrice!)  che si autoinganna  per essere più convincente verso “l’altra”,  per riceverne,  quando “ non c’è / più tempo”,  la parola dell’approvazione,  appagante  benché tardiva.

       E  anche “Il primo natale” ha poco di  rassicurante. La madre, china  sul… piccolo  cuore” del figlio,  è  figura  dolente, perché, oniricamente, Maria è già fuori dalla  serena  situazione contingente, se, mentre bacia  le “minuscole mani” /ferite dal mondo”, vede “ sulla fronte/sottili rivoli rossi ”.

     La presenza della donna,  nel duplice ruolo di  figlia  e  madre/mamma, è una costante  nella produzione di G.  Quasi sempre si tratta di donne portatrici di sofferenza,  sia per ciò che è, sia per ciò che poteva essere e non è stato, sia, ancora, per ciò che è stato, mentre si desiderava che fosse altro o, meglio, che non fosse.

     La donna, la tensione verso Eros, l’irrompere imprevisto e potente di Thanatos, la ricerca  continua del bello, del giusto e del bene nella natura e nelle persone, si rincorrono continuamente nei locali di questa casa-mondo, locali  disposti  in  modo da creare  una croce dai bracci diseguali, come di  immagine  emergente da una boccia d’acqua,  il cui  asse orizzontale, costituito dalle stanze “buone”, borghesemente denominate, è doppio rispetto a  quello verticale, che va dalla soffitta fino alla cantina, passando attraverso il ripostiglio, luogo di intersezione delle coordinate .

La studiata disposizione dei locali e il numero costante di liriche inserite in ogni locale  potrebbero far pensare al superamento della dicotomia prima evidenziata, ma l’ordine e la simbologia numerica giocata tutta sull’uno, il Proemio, e sul nove e suoi multipli, le liriche, ( 63 è il prodotto di  9×7, mentre 9 è la somma di  6 +3 ), restano aspirazione, non espressione del raggiungimento dell’obiettivo. La conferma che non ci sia l’auspicato “idillio” finale ci viene proprio dalla disposizione dei locali  nell’asse verticale, soffitta, ripostiglio, cantina: disordine provvisorio in soffitta, collocazione affrettata  di oggetti nel ripostiglio per mantenere sgombri i locali degli altri ambienti disposti nell’asse orizzontale,  rimozione di Tutto  in  cantina, il posto più buio, il sottosuolo, dove prende corpo la rappresentazione sensibile dell’Es.

Maggiore leggerezza, ma uguale disincanto, troviamo nelle poesie della sezione Cucina, dove G.  cerca con ogni mezzo di essere quotidiano raccordo anulare di affetti.  Ma anche qui,  ancora una volta, si registra l’inadeguatezza, o meglio, il convincimento della propria inettitudine all’esecuzione dei ruoli tipici del femminile, inettitudine enfatizzata  con i toni lievi  e accattivanti dell’autoironia: la torta da lei preparata viene subito giudicata “malfatta”, l’energia spesa per quel “capolavoro del nulla /opera somma di stupidità” è dichiaratamente “sciocca”. Né hanno sorte migliore le sue ciambelle, che, insensibili ad ogni sortilegio, all’amore e alla dedizione  di cui sono sostanziate, si ostinano a non lievitare, segno evidente, questo, che lo “streben” è  insufficiente, vano, fallimentare, se mancano competenze “altre”.

      I testi sicuramente più inquietanti appartengono alla sezione Cantina, al luogo  sotterraneo, dove le pulsioni funeree si manifestano nella dirompenza della loro forza,  come testimonia la ripetizione della parola “imputridite”, comune sia alla poesia che apre il gruppo, “cose imputridite”,  sia  a  Ritorni,“foglie imputridite”.

Diverse liriche  appartenenti a questa sezione  evidenziano la perdita, l’assenza  di luce, il caos che l’ordine sintattico, inseguito con cura e attenzione quasi maniacali, non sa trasformare in cosmos. Mi riferisco in particolare ai testi  “Stiletto”, “Segni”  ed “ Eclissi”: nel primo testo i versi  “si sopravvive a tutto / tranne che a se stessi”  assumono una valenza di assoluta lucidità nell’analisi della condizione umana; nel secondo gli oggetti giornalieri acquistano un aspetto  inquietante, sono segni  di una casa, che, malgrado gli eventi tragici, per la forza intrinseca alla vita stessa, “respira” ancora, anche se “non trova pace”;  nel terzo, infine, si urla che  “bastano piccole distrazioni” … “per provocare catastrofi immani”.

Ma quali sono queste immani catastrofi? La perdita di una persona cara, la caduta di una foglia, la tragedia della margherita, la  morte di Cristo, il fallimento, debitamente previsto, di un sogno, tanto più caro quanto con più ostinazione accarezzato.

Tutto questo si agita nella poesia di G., caleidoscopio in cui macro e microcosmo   coesistono, si condizionano  reciprocamente, si incrociano. Va sottolineato, però, che il  riferimento cristologico,  palese o criptato che sia, non dà mai  né la  speranza gioiosa in  una renovatio rerum né la consolazione di poter approdare a un aldilà dove ansie e angosce terrene possano finalmente placarsi, come chiaramente dimostra “l’apparire di angeli/poco confortanti”.

      Vena ironica e disincanto, leggerezza e pensosità, bisogno di cielo e attaccamento  alla terra, presenze ctonie e superne, sono il tessuto connettivo di questa silloge poetica che potrebbe trovare il suo sintetico commento nei tre versi di Barbery:

                      “Sogni le stelle

                        nella boccia dei  pesci

                        rossi finisci”. 

RITA SPECCHIALE

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