Canto di Penelope alla nota salva nei mandorli

 

 

Sono Penelope, e da bambina

guardavo le barche svolgersi

nel mare e dispiegarsi

all’assorta larghezza

dell’onda, e in quel movimento

mi perdevo, finché non lo sentivo

riecheggiarmi nelle braccia

il diradato volo, e assoluto, degli

stormi tempestosi. Fu lì

che conobbi per la prima

volta l’assenza, un’assenza

così atroce che nascere non può

se non dal fondo di se stessi

– la linea dell’onda era ferma,

e io mi contenevo nelle braccia,

attendendo un suono.

Donna, ti guardai andare

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con lo stesso riserbo, lo stesso

cuore di ferro, contenuta nella

fermezza di Itaca che resta. Non

potevo pensare all’inespresso

dei nostri corpi ch’era rimasto

non respirato, benedetto

dal respiro. Ritornai sulla

croce delle braccia, allungandomi

nel fiato innalzato degli alberi

che nella madida limpidezza

del loro balsamo segreto

dicessero per me, sulle tue

braccia, il solo amore.

In quegli anni divenni

uomo e donna per

sopravvivere, ché Itaca

si reggeva su di me,

sulle mie ossa – e quando

primavera giungeva

in fine, ed estenuato,

e rugiadoso arpeggio

tra i petali, l’insostenibile

delicatezza di quella nota

tornava con la vita

a smuovere

la mia fragile apnea – a ogni

nervatura

mi pronunciava.

ROBERTA LENTÀ

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