Labbra di mille tenere parole

maggio 20, 2011

Venerdì 20 maggio, alle ore 19, presso l’Aula consiliare del Comune di Palagonia, ha avuto luogo la presentazione della nuova silloge poetica di Pippo Ximenes dal titolo “Labbra di mille tenere parole”.

L’evento è stato organizzato dall’Associazione culturale Accademia dei Palici, il cui Presidente, Salvo Grasso, ha moderato la serata.

Dopo i saluti istituzionali del vicesindaco dott.ssa Daniela Cunsolo,  Mariella Sudano ha recensito la raccolta poetica dell’autore. Giusi Colomba ha letto alcune poesie tratte dal libro. Tra i presenti il pittore Nunzio Pino e il poeta Enzo Salsetta.

La silloge Labbra di mille tenere parole ha il fascino di essere incontrata a qualsiasi altezza: non c’è ordine estrinseco come potrebbe farci credere la sequenza che nasce dall’impaginazione. Tale peculiarità pone il lettore né in anticipo né in ritardo rispetto ai contenuti cantati e il filo conduttore dell’intera raccolta ce lo suggerisce già il titolo: è di scena la parola  in tutta la sua valenza evocativa.

La silloge si declina attraverso parole amare o troppo tenere, che svaniscono nell’incanto di labbra socchiuse. Parole ammutolite. Parole capaci di accarezzare il silenzio o cucite e velate in controluce. Parole che abbandonano, parole vaghe e parole taciute, parole donate dagli occhi. E ancor di più: emerge la  Parola che irrompe in tutta la sua potenza generatrice, così come conclude la lirica Sia seme la parola:“Sia seme la parola al nulla e al tutto, e tu radice, pianta, fiore, frutto”.

Sulle ali degli angeli

 

L’ho sognato stanotte, le parole

mi abbandonavano volando via.

Quelle che mi donarono i tuoi occhi

le vedevo librarsi oltr’anche il cielo.

Non saprei dirti mai con quale grazia.

Sulle ali degli angeli.

La silloge si caratterizza attraverso due figure particolari: il vento, come elemento che ne determina il movimento, quasi a segnarne il ritmo e, la luna, come elemento di pausa, respiro ed estasi.

Interessantissima la lirica “Senza meta”, dove appare chiara l’esigenza della presenza necessaria di un elemento che rimanga fermo a bilanciare il movimento che si dipana nel verso opposto, quasi a garantire la sicurezza del ritorno verso un approdo sicuro. Potremmo immaginare la luna alla stregua di Penelope, di una Penelope che resta accanto pur nella sua lontananza fisica: immobile, immutabile in contrapposizione al viaggio senza meta, un viaggio che si snoda fra terre ignote e perdute.

Senza meta

 

Ti porto ancora in petto, mi è rimasta

solo la luna accanto in questa vasta

pianura che attraverso dopo avere

varcato lunghe vie di pietre nere

e deserti e ogni anfratto del creato.

Senza meta non so quanto ho vagato

per terre ignote e per mari lontani.

Ho imparato a sorridere ai gabbiani.

E nel viaggio che il poeta compie ad intra, paragona la vita alla sorte delle foglie caduche e bacate: a volte danzano, a volte restano immote. Interessante l’ossimoro: un gemere inerte di foglie, pienamente inserito ed esprimente il pensiero in forma paradigmatica, dove c’è un elemento che supera l’altro per intensità vitale e valore. Infatti, la poesia di Giuseppe Ximenes è attraversata da azioni che si mostrano nella loro alternanza: ce lo spiega la forte presenza di termini come languire, lambire, gemere e dall’altra il dirompente palpitare. Ci troviamo di fronte alla sintesi di un’intensa dialettica semantica. A questo proposito cito:

 

Danzi stanotte per la madre luna

 

Danzi stanotte per la madre luna.

L’ombra del fuoco che la luce bruna

del tuo corpo lambisce a tratti balza

dove lo sguardo avido più incalza.

All’ondeggiar dei veli trasparenze

vaghe, sapienti, languide movenze

cadenzate dal palpito del vento

che sento farsi spasimo, tormento

a spiegare le ali e andar lontano.

Inseguendo la scia della mia mano.

La silloge si muove fortemente al presente: una poesia che pur al presente, non tralascia di volgere lo sguardo con disincanto e nostalgia al passato che viene recuperato e mistificato nel ricordo.

Ricca di questi elementi è la lirica Passa la vita

Passa la vita, pochi ricordi

spogli, inservibili restano ai bordi

del tratto, l’ultimo che percorre

inerte, fuori dal tempo. Scorre

oltre i tuoi passi lievi danzanti,

sull’età verde. Selva d’incanti,

vaga di sogni nitida brilla

dentro i tuoi occhi d’ogni sua stilla.

E hai sulle labbra l’invito a berla

ancora in boccio, di rosa e perla.

 

Un passato ricco di “presenze” che oggi sono solo struggente lontananza o assenza quasi ingombrante: Su fantasmi d’amore e obliati adii a vegliare è rimasta la tua assenza.

Non solo, il poeta ci mostra anche un passato ricco di fiabe che oggi non ci sono più per sé:

Fiabe

 

Scarno inventario il mio, di righe e rughe.

Soli averi rimasti. Ogni mio altro bene

mi ha sottratto la vita e già s’appresta

a richiudere il cerchio. Vien la sera

e reca nel suo grembo dolci fiabe

per te, figlie dei miei sogni perduti

e di speranze ormai spose del vento.

Diversamente, quando la poesia si esprime al futuro, mostra la profonda dialettica fra la vita e la morte che attraversa il pensiero del poeta e usa termini come svanirò e morirò. Intensa la metafora che ci offre a questo punto: morirò per le lacrime dei gigli al tramonto. Ma, al contempo, si esprime con termini che svelano grande attaccamento alle dolcezze della vita: udrò il silenzio e sussurrerò il tuo nome a larve d’angeli.

Mille dolcezze

 

Mille dolcezze

dalle tue pupille

ruberò per stanotte,

le reclama

il mio avido cuore

ad una ad una

al vaglio

del suo palpito:

sarà

come sfogliare

petali di stelle.

La poesia di Giuseppe, come abbiamo potuto osservare, è una poesia che si muove sulle battute della dialettica: dove il gusto o l’esigenza di mettere in contrapposizione e in contraddizione apparente gli elementi fra loro, diventa la cifra personale del suo esprimersi.

Se da una parte è possibile estrapolare versi di grande passionalità e carnalità come: Ti fai tormento, croce, e fame e sete  come si legge “Nell’attimo di volo” e  a graffi e a morsi in “Fatalità”, dall’altra emergono versi che si stagliano in tutta la loro valenza estetica, tipica dell’art for art’s sake, quando si fa arte solo per il gusto di fare arte.

E in relazione a quanto detto, mi piace citare un verso che da solo vale l’intera silloge, di una bellezza e delicatezza straordinaria: Al fiorire di stille.

 

E come in ogni dialettica c’è il momento della sintesi: qui nascono versi che incarnano magnificamente elementi dalla forte passionalità ed erotismo insieme al valore estetico, quasi dandy, del verso: All’urlare del vento, anche stanotte il tuo seno è rifugio di gabbiani/ E nei tuoi occhi gemono i violini/ Sarà come sfogliare petali di stelle.

 

Per concludere, mi piace citare Heidegger, perché in un momento storico di parossismo sociale e di profonda crisi spirituale, così estrema perché rifiuta persino di riconoscersi, rimane una sola oasi: il linguaggio della poesia, per il quale le cose perdono il loro carattere pratico e strumentale e diventano segni divini, indici dell’Essere che le ricomprende. Il linguaggio non è opera dell’uomo, ma dell’Essere, e il poeta non fa che ascoltarlo.

E Labbra di mille tenere parole è il canto del poeta che s’è abbandonato alle cose placidamente, unico modo per avvertirne il mistero racchiuso.

Mariella Sudano

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Labbra di mille tenere parole

maggio 19, 2011

venerdì 20 maggio

ore 18

Aula consiliare

Palagonia

Il Comune di Palagonia e l’Associazione culturale Accademia dei Palici presentano il nuovo libro di Giuseppe Ximenes, Labbra di mille tenere parole, edito da Boemi.

Introdurrà Salvo Grasso, Presidente Accademia dei Palici; interverranno Gabriella Rossitto, Mariella Sudano, l’editore dottor Angelo Boemi, l’assessore alla cultura Mario Campisi, l’avvocato Francesco Calanducci, sindaco di Palagonia.

Leggerà i versi dell’autore Giusi Colomba.

http://www.comune.palagonia.ct.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1687:qlabbra-di-mille-tenere-paroleq-presentazione-libro-ximenes&catid=35:sala-stampa&Itemid=75



A Butera la Premiazione del “Fortunato Pasqualino”

maggio 16, 2011

Sabato 14 maggio si è svolta a Butera la serata conclusiva del Premio letterario Fortunato Pasqualino, a cura dell’associazione culturale Akkuaria.

Dopo i saluti istituzionali del  sindaco di Butera, Luigi Cassisi, del Presidente del Consiglio comunale, Carmelo Labbate, e di Giuseppina Carnazzo, che dirige il Settore Cultura del Comune di Butera, ha preso la parola il Presidente di Akkuaria, Vera Ambra, che ha introdotto gli ospiti dell’evento, tra cui la moglie di Fortunato Pasqualino, Barbara Olson.

Hanno ricordato la figura di Pasqualino la professoressa Caterina Fisicchia, che ha parlato diffusamente di alcune opere dello scrittore siciliano, e il giornalista Francesco Giordano.

L’attore Emanuele Puglia ha letto i racconti e le poesie premiate, i cantastorie Carlo Barbera e Natalia Silvestro hanno eseguito delle ballate dialettali.

 

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Per le altre foto.

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Pubblico di seguito l’articolo di Vera Ambra sulla manifestazione.

Il 14 maggio a Butera si è conclusa la terza edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa dedicata al filosofo buterese Fortunato Pasqualino.
Il bel tempo e un sole straordinariamente estivo hanno accolto i numerosissimi partecipanti che tra il venerdì e il sabato sono giunti da ogni parte d’Italia e dall’Estero. Qualche problema lo ha dato L’Etna che con la sua eruzione un po’ troppo intraprendente ha fatto cancellare parecchi voli e così parecchi, specie dalla Sardegna, hanno dovuto rinunziare con gran dispiacere alla partecipazione.

L’arrivo a Butera è stato coronato con un magnifico pranzo tipico “siciliano” gustato al ristorante Il Portico Dei Normanni.

La cerimonia del premio si è svolta presso i locali del Residence Le Viole. Ancora una sede nuova e questo per far conoscere i lati nascosti di una città che man mano diventa più familiare nella sua complessità. La prima edizione si è svolta presso l’aula consiliare, la seconda è stata protagonista dell’inaugurazione del nuovo cine-teatro comunale e la quarta edizione si svolgerà presso il castello di Falconara, cioè nella parte di Butera che tocca il mare.

Come sempre, ad aprire i lavori è stato Luigi Casisi, Sindaco del Comune di Butera che, nell’esprimere parole di gran entusiasmo, ha manifestato gli apprezzamenti per l’ottima riuscita dell’evento. Altrettanto entusiasmo è stato condiviso dal Presidente del Consiglio Comunale Carmelo Labbate e dalla Dirigente del Settore Cultura Giuseppina Carnazzo che tra l’altro ha portato i saluti dell’assessore alla Cultura Giovanna Donzelli, assente per gravi motivi familiari.

Nella scaletta degli interventi si sono succeduti la prof. Fisicchia Caterina e il giornalista Francesco Giordano.
L’evento è stato accompagnato dalla esibizione dei due cantastorie Carlo Barbera e Natalia Silvestro e dell’attore Emanuele Puglia che poi ha letto le opere finaliste. I tre artisti hanno offerto un piccolo assaggio delle loro interpretazioni canore e recitative.

Un sentito grazie è stato tributato alla signora Barbara Olson, moglie e preziosa compagna di vita di Fortunato che ha prontamente lasciato la capitale per presenziare anche quest’anno alla Cerimonia della consegna dei Premi.

La giornata del 14 maggio è stata anche dedicata alla “Principessa delle Zammarre” ovvero a Carmela Pasqualino, sorella di Fortunato, recentemente scomparsa. Nelle due precedenti edizioni è sempre stata in prima linea tra il pubblico a seguire gli eventi che hanno reso omaggio al fratello.
Altro fatto importante è che quest’anno si è dato il via ad una sezione speciale del premio dedicato ai ragazzi delle scuole di Butera. A tal proposito un grazie speciale alla Maestra Geltrude Donzella che ha messo al lavoro la propria classe. I lavori prodotti sono stati esposti durante la manifestazione.

Tra i componenti della Giuria erano presenti Angela Agnello, Mariella Sudano e Gabriella Rossitto, Vittorio Frau, Sergio De Angelis.

Questi i risultati del Premio

NARRATIVA

Prima classificata
Non voglio svegliarmi di Renata di Sano

Seconda classificata
La sola cosa di Marta Limoli
Manuela, senza la “E” di Maria Falchi

Terzi classificati ex equo
Le palizzate di Carlo Ragonese

La defenestrazione di Paolo Ziino

PREMIO DELLA GIURIA

Il vecchio di Anna Maria Scuderi
Il piccolo uomo di Antonella Cardella
Ferragosto di Cristina Lanaro
Aprile 1994 di Damiano Pepe
Quando il lavoro si ama davvero di Giovanna Li Volti Guzzardi  (Australia)
Ibn Battouta  di Laura Vargiu
Le parole mai detta  di Maria Collina
La quarta palma di Maria Grazia Patanè
La voce di Milly Nale
Le tortine di mirtilli di Peppino Ruggeri (Canada)
Caltanissetta, luglio 1943 di Sonia Lipani

POESIA

Prima classificata
Nota rotta di Giovanni Coppola

 

 

Nota rotta

Nella scenografia livida
di una notte d’inverno
osservo i piani morbidi della pace
coprire la corrugata pelle della terra
Tutto sembra immobile
nei giorni di Adamo
solo l’offerta della materia sottratta
all’ordine cosmico degli elementi
danza nell’orgia del mercato
Nulla è stabile
nelle dipendenze del dolore
la vita è apparizione di ombre
che scorrono sul dorso di visioni
che indicano il sobborgo dell’inutile ricerca
Nell’imperfetta litania del “diventare”
insorge la memoria con un coro di immagini
via Crucis
nella materia visionaria del matto
e
nella conca rovente delle colpe

Giovanni Coppola

La scenografia livida si pone come sfondo per una riflessione sul pianeta, la cui pelle corrugata ci rimanda alla perdita dell’ordine cosmico, a un equilibrio incrinato malamente dall’uomo, in cui dominano le logiche di mercato e il prevalere dell’avere sull’essere.

La vita è fatta di ombre, della ricerca vana di senso e di significato, eterno rovello di ogni poeta.

 

Seconda classificata ex equo
Campari d’intra nu suonnu di Salvatore Pasqualino

 

Campari d’intra nu suonnu

Campari a Butera è un cuntinuo sugnari,
come starisinni d’intra nu film.
Basta susiri lu sguardu a lu castellu, ca eccu! La magia…
E come ses’aprissi nu sipariu,
re, principi, cavalieri, giullari, tutti a fari festa!
Banchetti d’quanteri ghini di mangiari,
caponata, cchiappareddi, , mpanati, pasta co meli,
na beddha n’salata d’arance cu la canneddha, accompagnata cu dolci d’ogni specie.
Spinci co meli, cannoli ca ricotta, nucatuli e vinu mandarinu a vuluntà.
Vidiri chiddi sguardi chini d’allegria, fa riempiri u cori d’emozioni.
Pure i guai si vannu a m’purtusari.
Se invece guardammu versu li campagni, videmmu li assedii di li Normanni,
surdati vistuti di lamera, che cumpattunu finu all’ultimu respiru.
Arabi, Normanni e Saracini, tutti ca s’affruntunu pi stu paisi.
Basta camminari pi li strati, ca eccu! Nuovamenti, la magia…
Carretti chini di pagghia ca mi passunu di latu,
carusi che causi strazzati, 
carusi ca jocunu che rummula, 
autri carusi ca scinninu sparati da calata supra li carrozza fatti a manu.
Ogni petra ca pistammu, 
ogni muru ca taliammu, 
ogni pianta ca ammirammu,
e comu se ti vulissi raccuntari na storia nova.
I viddhani stanchi ca venunu da campagna a tarda sira,
li muli dintra li staddi ca cercunu riposu,
li mennuli e li pumadori misi o suli pi sciucari,
li campani ca ti ruvigghiunu a matina è un continuo sugnari.
Sugnari all’internu di nu raccuntu.
Nu raccuntu luongu, luongu e stangu,
stangu comu la stanghizza di nu viecchiu,
Nu viecchiu ca voli sempri ricurdari,
Butera com’era…

Vivere all’interno di un sogno
Vivere a Butera è un continuo sognare, / come rimanere all’interno di un film. / Basta alzare lo sguardo al castello, che ecco! La magia. / È come se si aprisse un sipario, / re, principi, cavalieri, giullari, tutti a fare festa! / Banchetti di vassoi pieni di cibarie, / caponata, capperi, calzoni, pasta con il miele, / una bella insalata di arance con la cannella, accompagnata con dolci di ogni specie. / ravioli con il miele, cannoli con la ricotta, biscotti e vino mandarino a volontà. / Vedere quei sguardi pieni di allegria, fa riempire il cuore d’emozione. / Pure i guai si vanno a nascondere./
Se invece guardiamo verso le campagne, vediamo gli assedi dei Normanni, / soldati vestiti di lamiera, che combattono fino all’ultimo respiro./ Arabi, Normanni e Saraceni, tutti che si affrontano per questo paese. / Basta camminare per le strade, che ecco! Nuovamente, la magia…/ Carretti pieni di paglia che mi passano di lato, / ragazzi con i pantaloni strappati, / ragazzi che giocano con le trottole, / altri ragazzi che scendono sparati per la discesa sopra le macchine di legno fatte a mano. / Ogni pietra che pestiamo, / ogni muro che guardiamo, / ogni pianta che ammiriamo,/ e come se volesse raccontare una storia nuova./ 
I contadini stanchi che arrivano dalle campagne a tarda sera. / i muli dentro le stalle che cercano riposo,/ le mandorle e i pomodori al sole per asciugare,/ le campane che ti svegliano la mattina è un continuo sognare./ Sognare all’interno di un racconto./ Un racconto lungo, lungo e stanco,/ stanco come la stanchezza di un vecchio,/ Un vecchio che vuole sempre ricordare,/ Butera com’era…
Salvatore Pasqualino

Una città magica, sospesa nel sogno, la Butera evocata dal poeta. Come in una rappresentazione medievale, uno sguardo al castello basta a far rivivere dame e cavalieri, e Normanni, Arabi, i popoli che si sono avvicendati nella conquista. I muri stessi raccontano, e tra i vicoli il poeta sorprende grida e giochi di ragazzi, ma provenienti dal passato. Lo scenario di sogno è necessità di ricordare, e solo la memoria può ricostruire la Butera  perduta.

2p greco R di Angelica dell’Omo

 

2p greco R

Non sarai mai
che il lento scalpitio di un mito
che permea con onde parossistiche, il diurno ricordo.
Per quanto sospesa come lattice, in duellante corpo a corpo di anime,         
 nel viver, divengo cero e gelo,
 di luce soffusa su ombre lunghe.

Seppur ti amassi come una puledra, 
la libertà del tuo spazio mi farebbe prigioniera.
Mai più consegnerò la mia fertile natura
agli anni tuoi.
Vivo l’essenza di ogni parte del mondo
seppur di te 
non conosco il luogo.
Sarai l’uomo che cinge al dito il suo destino,
 poi il vecchio, che racconta il suo sogno di bambino.
E in tutto il tempo che sarai un altro,
per non perdermi mai, 
mi coprirò di cosmo.

Nulla mi è concesso,
non sarà mai come vorrei che fosse.
Per questo e quello,
ho iscritto il mio cuore in un cerchio,
da lì non esco.
Frugali e tenui linee tratteggiate disegno
del mio radiale amore
l’unico raggio possibile. 

Angelica dell’Omo

Un sogno geometrico e puro è l’urlo d’amore di una donna che plasmerebbe se stessa in tutti i modi possibili se questo bastasse a realizzare il desiderio. Ma nulla sarà come si vorrebbe: la realtà è un cerchio in cui chiudere il cuore e che diventa vincolo e prigione.

 

Terza classificata
Lettera di Bojana Bratic (Serbia)

Lettera 2

 

 

Dondolare

sull’orlo delle stelle inebrianti

in fuga

tra passato e presente

ripescando le parole

tremante

respinta

di un presente non mio

lontano

irreale

in lotta tra flussi trasparenti

di mare.

 

Apro la finestra.

Guardo il silenzio

di neve

intorno.

Questioni irrisolte.

Notizie disastrose.

Paura del vuoto.

Futuro inesistente…

 

Continuo con lavori

meccanici usuali

di casa

conscia

della solitudine intorno

avvolta dal ronzio delle mosche

o delle api.

 

Dondolo sull’orlo delle stelle inebrianti

Avrò la forza

di fracassare le stelle

di lottare con gli gnomi nascosti

del giorno che fugge

nel vuoto che mi circonda?

 

Il tempo glissa

verso un ignoto

viaggio di stelle

astratte

nei cieli.

 

 

Bojana Bratić


Le stelle sono il filo conduttore di un viaggio dentro se stessi, in fuga tra passato e presente. L’autrice infatti si dice rspinta da un presente che non riconosce più come proprio e da un futuro che non riesce a intravedere, in una paura del vuoto che è sostenuta dalla monotonia ripetitiva del quotidiano, dentro una solitudine incomprensibile. Ci sarà la forza di fracassare le stelle?

PREMIO DELLA GIURIA

La barca di Alessandra Carnovale
Elegia alla madre di Angelina Brasacchio
Pagina di Antonella Senese
Felice di Antonio Contoli
‘Na vicchiarèdda di Antonio Scarpone
Il pugnale della luna di Assunta Laura Imondi
Il gabbiano di Calogero Gueli
Verità taciute di Cristoforo De Vivo
(geminato d’inverno) di Daìta Martinez

Il poeta che fui di Daniele Brinzaglia

Il tempo del fango di Donatella Nardin
Scorre di Emanuela Ferrari
Falò d’estate di Fátima Rocío, Peralta García (Perù)
Il tempo L’interstizio Il varco ricerca di Fernando Pelino
Atacama di Filippo Pirro
Sospetto di Flavia Ricucci
Madre di Flora Contoli
Sveglia di Giampiero Zambito Luciano
Tic tac di Giuseppe Lucca
Sicilia di Grazia C. Schillirò
L’amore di Katarina Ukic 
(Croazia)
Il mai espresso di Laura Giordano
Attesa di Maria Tripoli
Tramonto di Mariella Aiello
Un mattino qualunque di Mariella Mulas
Al vento della luna di Marilena Ferrone
Come ci si nutre di Marilena Sbriglione
I fantastici temporali di Sappada di Massimo Acciai
Chiacchiere di Nicoletta Calvello
Penso a te Gargheria di Pietro Sostegno (Canada)
L’àncora del buio di Roberto Gennaro

Per altre notizie sul premio:

http://www.premiofortunatopasqualino.it/

vera ambra


Domani a Butera il Premio “Fortunato Pasqualino”

maggio 13, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ninfe & Kimere

maggio 8, 2011

NINFE & KIMERE

GEO VASILE

PRINCEPS EDIT

2010

Potremmo cominciare col dire che la lettura di Ninfe & Kimere non è facile, tutt’altro. Si tratta di un percorso impegnativo, per le tematiche e per la struttura, per il respiro di un tragitto che risulta spesso accidentato. Eppure questo non è un limite perché, come accade sovente  con le opere poetiche, si rendono necessarie più frequentazioni: leggere, ma poi rileggere e tornare a quei versi che ancora sapranno rivelarci qualcosa di nuovo.

Poesia dotta, colta, quella di Geo Vasile, densa di rimandi e citazioni, che riporta echi dalle Sacre Scritture e dal mito.

Il mito, soprattutto, come già il titolo ci induce a intuire, è l’architettura portante di questa silloge.

I nomi delle Ninfe adombrano certamente quelli delle ragazze alle quali i versi sono stati dedicati, fanciulle di campagna fino a un attimo prima e poi perdute in un vicolo cieco da cui non si può più evadere  (p. 79).

Tra le tematiche più rappresentate c’è il sesso (o, come precisa l’autore stesso, l’erotismo): incontri fortuiti, atti impuri, accoppiamenti di pura fisiologia, con il rito di apparente morte –in cui è facile ravvisare l’orgasmo- e invece non si parla di amore e questo sì, ci manca.

Forse non è abbastanza,  ma ci lasciamo sorprendere a tratti dallo slancio di leggeri anelli d’anima, nonostante incomba su tutto la squallida provincia universale, emblema di miseria, degrado, perdizione, laddove Bucarest diventa rappresentazione di qualsiasi grande città.

Ma, dicevamo, non c’è solo questo in Ninfe & Kimere, tra Don Chisciotte e Dulcinea, la Dorinda del Cavalier Guarini, la Bellezza di Baudelaire

odio il movimento

che sposta le linee

e mai piango e mai rido

(p. 25)

tra Foscolo e l’Ulisse di Dante,  Hölderlin e Courbet, Andrè Gide con Orfeo ed Euridice. Si potrebbe continuare, in un gioco di allusioni e rimandi, a volte criptico, e che solo l’autore sarebbe in grado di svelare (ma la poesia crediamo non vada mai spiegata del tutto).

Ciò che più sorprende, infatti, è la struttura circolare del poema, l’onda spiraliforme di autocitazioni che rimanda a sé in mille frammenti come in un gioco magico di specchi ( qualche esempio per tutti: p. 27 / p.101 – p.17 / 99 – p.23 / p.99 – p. 9 / 97 – p. 93 / 97 – pp. 7,9,11 / 95).

Magia senza tempo che è del mito, dunque, che incarna passioni e deliri apparentemente degli dei, ma in fin dei conti dell’uomo, mito preso a metafora dell’esistenza, descritta senza reticenze o pudori.

Uno sguardo disincantato che non disdegna alcun aspetto della vita, che scruta e indaga senza timore: l’erotismo, il degrado, la malattia,  il disfacimento, il senso della fine. Non ci sono aspetti di cui non sia lecito parlare. E del resto sono convinta che solo il poeta può permettersi di parlare di ogni cosa e come più gli aggrada.

Forse nella traduzione perdiamo la sonorità della lingua rumena, forse ritmo e musicalità vengono asserviti al recupero di senso, però la poesia di Vasile è ugualmente potente e vibrante, scarnifica e rade al suolo, senza alcuna concessione. Non si sfugge alla verità, come non si sfugge a se stessi.

Occhieggia la morte, con la sua falce gotica (p.103), ma c’è altrove un Dio-padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo nel segno del Perdono:

conoscere te è ardore

la meta della vita è avvicinarti

un pensiero alto quanto un

albero coglie il suono di luce

(p.97)

 

Ma, se hai imbrattato le tue angeliche ali, le tue bianche vele, se gli alberi della vita sono scortecciati, se è rimasto solo il silenzio e

ti è stata negata l’arca…

per salvare te

da te stesso

(p. 101)

dobbiamo desumere che non c’è speranza, che non esiste uno spiraglio di luce?

Non è una poesia rassicurante, quella di Vasile, non pacifica e non consola: è piuttosto la voce del dubbio e dell’inquietudine, è l’interrogarsi proprio dell’uomo e, nello specifico, del poeta. Quale salvezza, allora, se si abbraccia l’assioma che la

poesia non salva il

mondo nè l’uomo

(p. 85)

Eppure proprio la poesia può salvare il mondo e salvarci.

E se Vasile si chiede con  Hölderlin a cosa servano i poeti in tempi impoveriti, ci fornisce anche la semplice risposta, proprio perché il  poeta esprime il sacro sulla terra

in assenza del quale

la tenebra regnerà

da monarca

sull’anima dell’uomo

(p. 103)

e stolti saranno i tempi in cui la poesia non avrà casa.


Teoria del pirata

maggio 6, 2011

Teoria del pirata

Vaga era sul solco della sera

E io dovevo capire / di che delirio ero fatto, e se in quel sogno / ci fosse stata una nicchia per l’amore.
(Franz Krauspenhaar, da Franzwolf)
Vaga era
sul solco della sera
la mia anima fiacca
per il peso del viaggio.
Fino all’orlo dell’inizio
il ritorno fu lentissimo
e poi d’un tratto
 il lampo
Ero io, non ero io?
La Parola conquistò
tutto lo spazio dentro
e catapultatasi
fuori
si gettò alla conquista degli astri.
Ora i miei sospiri
vivono così
                                      fuggiaschi
                                                               di bolina
                                         li catturo
e m’aiutano a solcare
questo mare d’oblio.
E mai una volta
che mi sia venuto in mente
d’essere io a tracciare la rotta,
dominare l’orizzonte,
la meta.
RICCARDO RAIMONDO
Per l’originale vedi
http://www.tornogiovedi.it/2011/04/teoria-del-pirata/

Premiazione del “Fortunato Pasqualino”

maggio 4, 2011

L’Amministrazione Comunale di Butera e l’Associazione Akkuaria hanno il piacere di invitare la S.V. e Famiglia a partecipare alla Cerimonia di chiusura della 3a Edizione del
Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa

PREMIO FORTUNATO PASQUALINO

che si svolgerà Sabato 14 Maggio 2011

alle ore 17.00
presso il Residence “Le Viole” – Piazza Castello

Interverranno:
Luigi Casisi, Sindaco Comune di Butera 
Raffaele Lombardo, Presidente della Regione Siciliana 
Sebastiano Missineo, Assessore Regionale Beni Culturali e Identità Siciliana 
Giuseppe Federico, Presidente Provinciale Caltanissetta 
Carmelo Labbate, Presidente del Consiglio Comunale di Butera 
Giovanna Donzella, Assessore alla Cultura Comune di Butera 
Giuseppina Carnazzo, Dirigente Settore Cultura Comune di Butera
Vera Ambra, Presidente Associazione Akkuaria 
Giorgio Russello, Presidente Associazione Artists & Creatives
Fisicchia Caterina, Insegnante
Nino Amico, Storico
Francesco Giordano, Giornalista

Interventi artistici:
Emanuele Puglia, Attore
Natalia Silvestro e Carlo Barbera, Cantastorie

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