Ninfe & Kimere

NINFE & KIMERE

GEO VASILE

PRINCEPS EDIT

2010

Potremmo cominciare col dire che la lettura di Ninfe & Kimere non è facile, tutt’altro. Si tratta di un percorso impegnativo, per le tematiche e per la struttura, per il respiro di un tragitto che risulta spesso accidentato. Eppure questo non è un limite perché, come accade sovente  con le opere poetiche, si rendono necessarie più frequentazioni: leggere, ma poi rileggere e tornare a quei versi che ancora sapranno rivelarci qualcosa di nuovo.

Poesia dotta, colta, quella di Geo Vasile, densa di rimandi e citazioni, che riporta echi dalle Sacre Scritture e dal mito.

Il mito, soprattutto, come già il titolo ci induce a intuire, è l’architettura portante di questa silloge.

I nomi delle Ninfe adombrano certamente quelli delle ragazze alle quali i versi sono stati dedicati, fanciulle di campagna fino a un attimo prima e poi perdute in un vicolo cieco da cui non si può più evadere  (p. 79).

Tra le tematiche più rappresentate c’è il sesso (o, come precisa l’autore stesso, l’erotismo): incontri fortuiti, atti impuri, accoppiamenti di pura fisiologia, con il rito di apparente morte –in cui è facile ravvisare l’orgasmo- e invece non si parla di amore e questo sì, ci manca.

Forse non è abbastanza,  ma ci lasciamo sorprendere a tratti dallo slancio di leggeri anelli d’anima, nonostante incomba su tutto la squallida provincia universale, emblema di miseria, degrado, perdizione, laddove Bucarest diventa rappresentazione di qualsiasi grande città.

Ma, dicevamo, non c’è solo questo in Ninfe & Kimere, tra Don Chisciotte e Dulcinea, la Dorinda del Cavalier Guarini, la Bellezza di Baudelaire

odio il movimento

che sposta le linee

e mai piango e mai rido

(p. 25)

tra Foscolo e l’Ulisse di Dante,  Hölderlin e Courbet, Andrè Gide con Orfeo ed Euridice. Si potrebbe continuare, in un gioco di allusioni e rimandi, a volte criptico, e che solo l’autore sarebbe in grado di svelare (ma la poesia crediamo non vada mai spiegata del tutto).

Ciò che più sorprende, infatti, è la struttura circolare del poema, l’onda spiraliforme di autocitazioni che rimanda a sé in mille frammenti come in un gioco magico di specchi ( qualche esempio per tutti: p. 27 / p.101 – p.17 / 99 – p.23 / p.99 – p. 9 / 97 – p. 93 / 97 – pp. 7,9,11 / 95).

Magia senza tempo che è del mito, dunque, che incarna passioni e deliri apparentemente degli dei, ma in fin dei conti dell’uomo, mito preso a metafora dell’esistenza, descritta senza reticenze o pudori.

Uno sguardo disincantato che non disdegna alcun aspetto della vita, che scruta e indaga senza timore: l’erotismo, il degrado, la malattia,  il disfacimento, il senso della fine. Non ci sono aspetti di cui non sia lecito parlare. E del resto sono convinta che solo il poeta può permettersi di parlare di ogni cosa e come più gli aggrada.

Forse nella traduzione perdiamo la sonorità della lingua rumena, forse ritmo e musicalità vengono asserviti al recupero di senso, però la poesia di Vasile è ugualmente potente e vibrante, scarnifica e rade al suolo, senza alcuna concessione. Non si sfugge alla verità, come non si sfugge a se stessi.

Occhieggia la morte, con la sua falce gotica (p.103), ma c’è altrove un Dio-padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo nel segno del Perdono:

conoscere te è ardore

la meta della vita è avvicinarti

un pensiero alto quanto un

albero coglie il suono di luce

(p.97)

 

Ma, se hai imbrattato le tue angeliche ali, le tue bianche vele, se gli alberi della vita sono scortecciati, se è rimasto solo il silenzio e

ti è stata negata l’arca…

per salvare te

da te stesso

(p. 101)

dobbiamo desumere che non c’è speranza, che non esiste uno spiraglio di luce?

Non è una poesia rassicurante, quella di Vasile, non pacifica e non consola: è piuttosto la voce del dubbio e dell’inquietudine, è l’interrogarsi proprio dell’uomo e, nello specifico, del poeta. Quale salvezza, allora, se si abbraccia l’assioma che la

poesia non salva il

mondo nè l’uomo

(p. 85)

Eppure proprio la poesia può salvare il mondo e salvarci.

E se Vasile si chiede con  Hölderlin a cosa servano i poeti in tempi impoveriti, ci fornisce anche la semplice risposta, proprio perché il  poeta esprime il sacro sulla terra

in assenza del quale

la tenebra regnerà

da monarca

sull’anima dell’uomo

(p. 103)

e stolti saranno i tempi in cui la poesia non avrà casa.

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