Paradiso amaro

marzo 29, 2012

George, tesoro mio, ma l’hai letta bene la sceneggiatura prima di fare il film? Come hai potuto non accorgerti che una storia potenzialmente drammatica scivola lentamente dentro la soap opera -tra figlie impiccione e strampalate inutili vendette- e poi con maggiore velocità verso la farsa?

Un film che non ti fa scordare di essere al cinema (per me il difetto più grande!), inverosimile, sbagliato, assurdo. Peccato sprecare così il talento.

 

RECENSIONE di Federico Pontiggia

E’ la malinconia a farla da padrone in Paradiso amaro (The Descendants): sono “eredi” meno spassosi dei protagonisti diSideways, ma infinitamente più assertivi, anche se costa fatica. Con 5 nomination agli Oscar (film, regia, sceneggiatura, attore protagonista e montaggio), Alexander Payne offre a George Clooney un ruolo da tenersi stretto e ricordare, magari con una statuetta in mano: il gigione, il guascone e il cialtrone Clooney non abitano – a parte sparuti motteggi – più qui, e non se ne sente la mancanza.
George è l’avvocato Matt King, discendente di una delle più antiche famiglie hawaiiane e, con i cugini, proprietario delle ultime terre vergini dell’arcipelago. Terre da vendersi, così vuole l’antitrust, in 7 anni: gli acquirenti non mancano, sul piatto c’è fino a mezzo miliardo di dollari, due cugini sono contrari, Matt e i più favorevoli. Eppure, Matt è diverso dai parenti: non scialacqua, eppure potrebbe, e – come già il padre – dà alle due figlie abbastanza per fare qualcosa, non così tanto perché possano non fare niente. Ha anche una moglie: bella, indipendente e indomita, ma ormai da coniugare al passato. Causa incidente nautico, è in coma e – scopriremo – non è, non è stata una santa: Matt deve elaborare più di un lutto e, soprattutto, provvedere in solitaria alle due figlie, diversamente ma ugualmente difficili. Ce la farà?
A rispondere è la sua vita, che forzatamente non sarà mai più quella di prima, a rispondere è soprattutto Alexander Payne, anche co-sceneggiatore dal libro diKaui Hart Hemmings (Newton Compton), che gli tiene la camera addosso, nonostante ci fossero i temi ultra-sensibili – testamento biologico, proprietà privata – per prendere la tangente. Invece no, complice questo Clooney trattenuto, minimal e un cast indovinato e ben guidato, Payne riesce a carburare con fatica una riflessione multiprospettica su lutto e rinascita, perdita e “guadagno”, sparigliando l’anagrafe – meglio, le anagrafi – del coming of age.
Perché queste Hawaii non sono da cartolina, ma da memento (mori) e testamento esistenziale, più che biologico: ambizioso, a tratti involuto – e i 115 minuti non aiutano – The Descendants consegna un autore in crescita, che non diverte più come prima – Sideways – ma ha messo la testa al posto giusto, ovvero nel qui e ora delle nostre vite, che divertenti non sempre sono.
Non che manchino humour e battute azzeccate, ma non conta: è vivere e morire alle Hawaii, sperabilmente crescendo in mezzo. Matt come le due figlie è nell’età della crescita, ma Matt già tocca con mano la polvere a cui ritornerà: non gli resta che imbarcarsi nella missione maturità. E lo stesso Payne, costi quel che costi. Perfino, un film non totalmente riuscito, preda della malinconia – regia solida ma paratattica, ritmo lagunare e secche narrative – più di quanto avrebbe dovuto.
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The Raven

marzo 29, 2012

Un film diretto da James McTeigue, scritto da Ben Livingston, Hannah Shakespeare. Prodotto in USA, Spagna, Ungheria da Intrepid Pictures, FilmNation Entertainment, Galavis Film nel 2012. Genere: Thriller

TRAMA – Baltimora, 1849. Quando una donna e sua figlia vengono assassinate con le identiche modalità descritte in un racconto di Edgar Allan Poe, il detective Fields (Luke Evans) si sente obbligato a coinvolgere lo scrittore (John Cusack) nella risoluzione del caso, in un’angosciante corsa contro il tempo…

Quella di The Raven poteva essere una rilettura in stile Sherlock Holmes di Guy Ritchie o (forse più appropriato) in stile From Hell, invece James McTeigue, che pure di fumetti al cinema s’intende, rigetta quella matrice e gira una storia fantastorica senza fumettismi ma anzi con la pretesa di tracciare una versione possibile, per quanto avventurosa, di Edgar Allan Poe.

L’idea è che qualcuno uccida seguendo i rituali dei libri di Poe, per stimolare una sua reazione e portarlo a scrivere di nuovo, lo spunto invece è quello di aggrapparsi al fatto che lo scrittore sia realmente morto in circostanze poco chiare.

Ovviamente tutta la questione del film è far vivere ad Edgar Allan Poe una storia da Edgar Allan Poe, in cui l’orrore sia declinato in chiave gotica (cimiteri, fogne, fumo, interiora…) e lentamente la follia si impadronisca dell’eroe che in questo modo non diventa mai tale.

L’ambientazione è a metà tra il plausibile e il fantastico, tra l’iperbolico e il realistico in cui la stilizzazione non è mai spinta al massimo ma tenuta a bada. Mantelloni che spariscono nella nebbia, studi in penombra ed esplorazioni con candele in mano, eppure mai che davvero si intuisca una visione originale dietro tutto questo.

Per quanto possa sembrare puerile l’idea, un Poe avventuroso (e ovviamente tormentato) poteva essere uno stimolo interessante, specie per come viene introdotto: vanitoso, in totale decadenza, noto presso un certo tipo di pubblico ma incapace di essere all’altezza di se stesso e, soprattutto, disposto a tutto per soldi (cioè per alcol). Invece quello che John Cusak si trova a dover portare sullo schermo diventa in pochi minuti un antieroe come molti, che rifugge il conflitto fino a che non è costretto ad affrontarlo e non brilla per alcuna caratteristica.

Allo stesso modo del suo protagonista nemmeno The Raven brilla per alcuna caratteristica particolare. Non è un giallo interessante, nemmeno un thriller, non ha una visione dell’ottocento avventuroso che sia intrigante, di certo non spaventa nè affascina con l’evocazione di paure inconsce e soprattutto non costituisce una versione cinematografica dell’universo di Poe. Pensare di portare uno dei più grandi poeti e narratori del gotico e del disturbante in un film per tutta la famiglia, specialmente indicato al pubblico dei giovani adulti, è insomma una contraddizione in termini.

GABRIELE NIOLA

fonte: http://www.badtaste.it/recensioni/raven-la-recensione

BIOGRAFIA DI EDGAR ALLAN POE
Edgar Allan Poe nasce il 19 gennaio 1809 a Boston, da David Poe ed Elizabeth Arnold, attori girovaghi di modeste condizioni economiche. Il padre abbandona la famiglia quando Edgar è ancora piccolo; quando dopo poco muore anche la madre, viene adottato in maniera non ufficiale da John Allan, ricco mercante della Virginia. Da qui l’aggiunta del cognome Allan a quello originale.

Trasferitosi a Londra per questioni commerciali, il giovane Poe frequenta scuole private per poi ritornare a Richmond nel 1820. Nel 1826 si iscrive all’università della Virginia dove però comincia ad affiancare agli studi il gioco d’azzardo. Indebitatosi in maniera inusitata, il patrigno si rifiuta di pagare i debiti obbligandolo in questo modo ad abbandonare gli studi per cercarsi un lavoro e far fronte alle numerose spese. Da quel momento iniziano forti incomprensioni fra i due fino a spingere il futuro scrittore ad abbandonare la casa per raggiungere Boston, e da lì arruolarsi nell’esercito.

Nel 1829 pubblica in modo anonimo “Tamerlane and other poems”, e con il suo nome “Al Aaraaf, Tamerlane and minor poems”. Nel contempo, lasciato l’esercito, si trasferisce presso parenti a Baltimora.

Nel 1830 si iscrive all’accademia militare di West Point per farsi però ben presto espellere per aver disobbedito agli ordini. In questi anni Poe continua a scrivere versi satirici. Nel 1832 arrivano i primi successi come scrittore che lo portano nel 1835 ad ottenere la direzione del “Southern Literary Messenger” di Richmond.
Il padre adottivo muore senza lasciare alcuna eredità al figlioccio.

Poco dopo, all’età di 27 anni, Edgar Allan Poe sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne. E’ questo un periodo nel quale pubblica innumerevoli articoli, racconti e poesie, senza però ottenere grandi guadagni.

In cerca di miglior fortuna decide di trasferirsi a New York. Dal 1939 al 1940 è redattore del “Gentleman’s magazine”, mentre contemporaneamente escono i suoi “Tales of the grotesque and arabesque” che gli procurano una fama notevole.

Le sue capacità di redattore erano tali che gli permettevano ogni volta che approdava ad un giornale di raddoppiarne o quadruplicarne le vendite. Nel 1841 passa a dirigere il “Graham’s magazine”. Due anni più tardi le cattive condizioni di salute della moglie Virginia e le difficoltà lavorative, lo portano a dedicarsi con sempre maggior accanimento al bere e, nonostante la pubblicazione di nuovi racconti, le sue condizioni economiche restano sempre precarie.

Nel 1844 Poe inizia la serie di “Marginalia”, escono i “Tales” ed ottiene grande successo con la poesia “The Raven”. Le cose sembrano andare per il meglio, soprattutto quando nel 1845 diventa prima redattore, poi proprietario del “Broadway Journal”.
Ben presto la reputazione raggiunta viene però compromessa da accuse di plagio, portando Edgar Allan Poe verso una profonda depressione nervosa che, unita alle difficoltà economiche, lo portano a cessare le pubblicazioni del suo giornale.

Trasferitosi a Fordham, seriamente malato ed in condizioni di povertà, continua a pubblicare articoli e racconti pur non ottenendo mai vera fama in patria; il suo nome invece comincia a farsi notare in Europa e soprattutto in Francia.

Nel 1847 la morte di Virginia segna una pesante ricaduta della salute di Poe, che però non lo distoglie dal continuare a scrivere. La sua dedizione all’alcolismo raggiunge il limite: trovato in stato di semi incoscienza e delirante a Baltimore, Edgar Allan Poe muore il 7 ottobre 1849.

Nonostante la vita tormentata e disordinata l’opera di Poe costituisce un corpus sorprendentemente nutrito: almeno 70 racconti, di cui uno lungo quanto un romanzo – The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket (1838) – circa 50 poesie, almeno 800 pagine di articoli critici (una notevole mole di recensioni che ne fa uno dei critici letterari più maturi dell’epoca), alcuni saggi – The Philosophy of Composition (1846), The Rationale of Verse (1848) e The Poetic Principle (1849) – ed un poemetto in prosa di alta filosofia, Eureka (1848) – nel quale l’autore cerca di dimostrare, con l’aiuto della Fisica e dell’Astronomia, l’avvicinamento e l’identificazione dell’Uomo con Dio.

fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=402&biografia=Edgar+Allan+Poe

 

 

 

No, non griderei al capolavoro, ma l’idea è interessante, forse sono indulgente perché da adolescente ho letto l’intera opera di Poe, e l’ho amata.

O forse perché l’equazione genio-follia mi affascina.

Se non è un capolavoro, è almeno un film gradevole.