Paradiso amaro

George, tesoro mio, ma l’hai letta bene la sceneggiatura prima di fare il film? Come hai potuto non accorgerti che una storia potenzialmente drammatica scivola lentamente dentro la soap opera -tra figlie impiccione e strampalate inutili vendette- e poi con maggiore velocità verso la farsa?

Un film che non ti fa scordare di essere al cinema (per me il difetto più grande!), inverosimile, sbagliato, assurdo. Peccato sprecare così il talento.

 

RECENSIONE di Federico Pontiggia

E’ la malinconia a farla da padrone in Paradiso amaro (The Descendants): sono “eredi” meno spassosi dei protagonisti diSideways, ma infinitamente più assertivi, anche se costa fatica. Con 5 nomination agli Oscar (film, regia, sceneggiatura, attore protagonista e montaggio), Alexander Payne offre a George Clooney un ruolo da tenersi stretto e ricordare, magari con una statuetta in mano: il gigione, il guascone e il cialtrone Clooney non abitano – a parte sparuti motteggi – più qui, e non se ne sente la mancanza.
George è l’avvocato Matt King, discendente di una delle più antiche famiglie hawaiiane e, con i cugini, proprietario delle ultime terre vergini dell’arcipelago. Terre da vendersi, così vuole l’antitrust, in 7 anni: gli acquirenti non mancano, sul piatto c’è fino a mezzo miliardo di dollari, due cugini sono contrari, Matt e i più favorevoli. Eppure, Matt è diverso dai parenti: non scialacqua, eppure potrebbe, e – come già il padre – dà alle due figlie abbastanza per fare qualcosa, non così tanto perché possano non fare niente. Ha anche una moglie: bella, indipendente e indomita, ma ormai da coniugare al passato. Causa incidente nautico, è in coma e – scopriremo – non è, non è stata una santa: Matt deve elaborare più di un lutto e, soprattutto, provvedere in solitaria alle due figlie, diversamente ma ugualmente difficili. Ce la farà?
A rispondere è la sua vita, che forzatamente non sarà mai più quella di prima, a rispondere è soprattutto Alexander Payne, anche co-sceneggiatore dal libro diKaui Hart Hemmings (Newton Compton), che gli tiene la camera addosso, nonostante ci fossero i temi ultra-sensibili – testamento biologico, proprietà privata – per prendere la tangente. Invece no, complice questo Clooney trattenuto, minimal e un cast indovinato e ben guidato, Payne riesce a carburare con fatica una riflessione multiprospettica su lutto e rinascita, perdita e “guadagno”, sparigliando l’anagrafe – meglio, le anagrafi – del coming of age.
Perché queste Hawaii non sono da cartolina, ma da memento (mori) e testamento esistenziale, più che biologico: ambizioso, a tratti involuto – e i 115 minuti non aiutano – The Descendants consegna un autore in crescita, che non diverte più come prima – Sideways – ma ha messo la testa al posto giusto, ovvero nel qui e ora delle nostre vite, che divertenti non sempre sono.
Non che manchino humour e battute azzeccate, ma non conta: è vivere e morire alle Hawaii, sperabilmente crescendo in mezzo. Matt come le due figlie è nell’età della crescita, ma Matt già tocca con mano la polvere a cui ritornerà: non gli resta che imbarcarsi nella missione maturità. E lo stesso Payne, costi quel che costi. Perfino, un film non totalmente riuscito, preda della malinconia – regia solida ma paratattica, ritmo lagunare e secche narrative – più di quanto avrebbe dovuto.
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