UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

di
Tennessee Williams

traduzione
Masolino D’Amico

regia
Antonio Latella

scene
Annelisa Zaccheria

costumi
Fabio Sonnino

luci
Robert John Resteghini 

suono
Franco Visioli 

con
Laura Marinoni, Vinicio Marchioni, Elisabetta Valgoi,
Giuseppe Lanino, Annibale Pavone, Rosario Tedesco

produzione
Teatro Stabile di CataniaEmilia Romagna Teatro Fondazione

“Un tram che si chiama desiderio” viene presentato per gentile concessione della
University of the South, Sewanee, Tennessee

Un’operazione ardita e innovativa: la voce del dottore/regista/deus ex machina, in scena con gli altri, suggerisce, incita, aggredisce, lancia al pubblico didascalie, postille, chiavi di lettura…

Il testo appare svincolato a forza dalla messa in scena,  smontato e rovesciato come un vestito, sfiora la riduzione radiofonica:  è come vedere ossa e muscoli mentre l’autore sta scrivendo ideando immaginando una storia che non si vuole dare per scontata.

Anche la scenografia suggerisce quest’idea di voler presentare il meccanismo dal di dentro: un’attrezzeria, quasi il retro di un palcoscenico, i mobili tutti su rotelle sono solo supporti per microfoni, spot, luci, oggetti di scena, come a costruire uno spazio invivibile. Le luci accecano gli spettatori, a ricordare che è teatro, non è vita, ma che comunque si è chiamati (costretti) a starci dentro.

Le magliette con Brando sono omaggi o rimandi, ma talmente scoperti da suggerire la precisa volontà di un distacco dal film di Elia Kazan.

Splendida  l’interpretazione di Laura Marinoni, capace di invecchiare nell’arco di due ore, dalla mise dimessa dell’inizio -maglietta bianca e pantalone nero- all’abito rosa che mi ha ricordato Baby Jane, una bambola senza più anima; è una Blanche che sembra un’eroina da tragedia greca, ma che è solo una donna in cerca d’amore e di magia, incapace di salvare se stessa dal disfacimento e dalla follia.

Sconvolgente e imperdibile.

Gabriella Rossitto

Laura Marinoni


NOTE DI REGIA

“La debolezza è sublime, la forza spregevole. 
Quando un uomo nasce, è debole ed elastico. Quando muore è forte e rigido.
Quando un albero cresce, è flessibile e tenero; quando diviene secco e duro, esso muore.
La durezza e la forza sono le compagne della morte. 
La flessibilità e la debolezza esprimono la freschezza della vita. 
Perciò chi è indurito, non vincerà.”

(LAO-TZE,epigrafe al Giullare Pamfalon di Leskov)
Quando leggo le parole di Tennessee Williams, accade qualcosa di raro che a me è successo poche volte; oltre ad ascoltarle e farle diventare parte della mia mente e dei miei pensieri, le parole si vedono, si materializzano, diventano cose, persone ma soprattutto ferite. 
Sono lì davanti a te come in un film proiettato su di una grande pagina, o su di uno schermo improvvisato con una tenda delle nostre madri; si muovono con un’apparente normalità, protette da abiti bianchi, da magliette troppo strette o troppo sudate, dietro ad occhiali da bravo ragazzo.
Eppure basta un nulla che quelle ferite camuffate riprendono a sanguinare, a perdere inchiostro, lasciando macchie indelebili che con fatica ridanno senso alle parole, o meglio, un solo significato riconoscibile. Non c’è un solo personaggio nei testi di T. Williams che non sia ferito, rotto, spezzato. A tutti manca un qualcosa, è come se nella loro incompiutezza ci fosse il senso del vivere. 
Vacillano, in un mondo affollato da tante note di un piano sempre suonato da dite nascoste, da tanto sudore, da tanto fumo, da tante urla, da tante stanze troppo piccole e troppo piene, da tanto alcool, da tanto sud, da tanto Mississipi e soprattutto da tante cose del vivere quotidiano: eppure nonostante la miriade di oggetti che si prendono lo spazio, sembra sempre che il nulla sia il luogo dell´anima. Quel vuoto pieno d´ombre  Wim Wenders lo racconta in modo unico nel suo film “Lo stato delle cose” dipingendo una natura morta di oggetti, che io oserei chiamare una natura morta del realismo. Ed è proprio il sovrabbondante realismo che trovo in Williams, che mi fa subito pensare ad una dimensione dove il reale è natura morta, dove il realismo, per la troppa realtà, perde la sua concretezza diventando memoria di uno stato; è come un oggetto rotto che nonostante la riparazione non sarà mai più quell’oggetto, ma solo la memoria di quella cosa. Ed è in questa memoria che i nostri personaggi si muovono, quasi come se le cose fossero un labirinto necessario allo stare nel mondo e a ricordarsi ciò che si era.
Immagino un luogo dove le cose vivono di una propria luce, sono le cose che illuminano i corpi, fantasmi di una memoria, mostruose nel loro esserci state e nel loro esserci anche dopo la morte.
Le cose sopravvivono al tutto. Le cose ci sopravvivono.

Antonio Latella

http://www.teatrostabilecatania.it/it/it/cartellone/1/24/185

“Non c’è un solo personaggio nei testi di T. Williams che non sia ferito, rotto, spezzato. A tutti manca un qualcosa, è come se nella loro incompiutezza ci fosse il senso del vivere. Vacillano, in un mondo affollato da tante note di un piano sempre suonato da dita nascoste, da tanto sudore, da tanto fumo, da tante urla, da tante stanze troppo piccole e troppo piene, da tanto alcool, da tanto sud, da tanto Mississippi e soprattutto da tante cose del vivere quotidiano: eppure, nonostante la miriade di oggetti che si prendono lo spazio, sembra sempre che il nulla sia il luogo dell’anima.
“Quel vuoto pieno d’ombre Wim Wenders lo racconta in modo unico nel suo film Lo stato delle cose dipingendo una natura morta di oggetti, che io oserei chiamare una ‘natura morta’ del realismo.
“Ed è proprio il sovrabbondante realismo che trovo in Williams, a farmi subito pensare a una dimensione dove il reale è natura morta, dove il realismo, per la troppa realtà, perde la sua concretezza diventando memoria di uno stato; è come un oggetto rotto che nonostante la riparazione non sarà mai più quell’oggetto, ma solo la memoria di quella cosa. Ed è in questa memoria che i nostri personaggi si muovono, quasi come se le cose fossero un labirinto necessario allo stare nel mondo e a ricordarsi ciò che si era. “Immagino un luogo dove le cose vivono di una propria luce, sono le cose che illuminano i corpi, fantasmi di una memoria, mostruose nel loro esserci state e nel loro esserci anche dopo la morte.
“Le cose sopravvivono al tutto. Le cose ci sopravvivono.”

(dalle note di regia di Antonio Latella)

Potrebbe interessarti:http://www.romatoday.it/eventi/teatro/un-tram-che-si-chiama-desiderio-teatro-argentina-28-febbraio-11-marzo-2012.html
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La recensione di Gianmarco Cesario
 

Un desiderio che si chiama Teatro

I teatri stabili, si sa, concentrano spesso la loro attenzione sui cosiddetti classici, ovvero quei titoli che appartengono, in un modo o nell’altro, all’immaginario collettivo di un pubblico vasto, che si riconosca in ciò che va ad assistere, pur nell’impegno culturale che un certo tipo di teatro impone. Un ghiotto esempio è il capolavoro di Tennessee Williams, datato 1946, che dalla prima edizione viscontiana in poi attrae gli spettatori, molti, ammettiamolo, anche memori della straordinaria versione cinematografica di Elia Kazan che vedeva protagonisti Vivien Leigh e un indimenticabile Marlon Brando. Di ciò hanno sicuramente tenuto conto allo Stabile di Modena quando hanno deciso di produrre l’ultimissima versione teatrale per la quale è stato chiamato come direttore il regista Antonio Latella, che, anch’egli conscio della popolarità del testo, si sarà di sicuro posto il problema di come far accettare ad i suoi sostenitori radical questa sua incursione nella drammaturgia popolare. Lambiccandosi il cervello ecco che la soluzione è arrivata: operare su Williams la stessa contorta e supponente mortificazione perpetrata tre anni or sono a “La Trilogia della Villeggiatura” di Carlo Goldoni, colpevoli, entrambi gli autori, di essere troppo popolari tra il pubblico meno snob. L’idea è questa: su di un palco ingombro di mobilio simile a quello che l’Ikea vende perché sia poi tinteggiato, ovvero l’arredo che evoca quello di casa Kowalsky, il medico che a fine dramma traduce Blanche alla casa di cura, ripercorre la storia della donna introducendola in una sorta di psicodramma, del quale fanno parte la sorella Stella, il cognato Stanley ed il suo amico Mitch, corteggiatore della donna. L’assenza degli altri personaggi viene colmata dallo stesso dottore e da un altro personaggio (dalla locandina apprendiamo trattasi dell’infermiere) che, come in una mise en espace, ci raccontano la storia di quel rapporto morbosamente dilaniante consumato all’interno dell’appartamento ai Campi Elisi di New Orleans, sottolineando le didascalie dell’autore come indicazioni alle quali però i personaggi si sottraggono per far vivere le loro emozioni in maniera glacialmente sospesa. Un progetto ambizioso ma artificioso, questo di Latella, che volutamente tiene le distanze da qualsiasi concessione alla religiosità di un testo al quale il regista volutamente si antepone, schiacciando in un sol gesto autore, pubblico ed attori, tanto da far diventare protagonista della vicenda il dottore, suo alter ego, interpretato infatti dal suo attore cult, il bravo Rosario Tedesco, che manipola il personaggio di Blanche, al quale da volto la straordinariaLaura Marinoni, di una bravura sconvolgente, che confermandosi una delle tre o quattro migliori attrici in attività in Italia, nonostante la furia devastante del regista,  riesce a dare il massimo dell’apporto interpretativo che tale operazione raggelante richiede. C’è da chiedersi del perché il talentuosissimo Latella abbia ancora una volta così rinnegato il teatro ed il pubblico, ma gli applausi e le risa dei giovani attori che riempiono la sala della prima, in contrasto con la sonnolenta, nei più benevoli dei casi, reazione degli altri spettatori, ci disarmano ancor di più. Dov’è la forza di un testo che scavava l’anima di un’America che, stordita dai trionfi del secondo dopoguerra, faticava a trovare un’identità culturale, dove sesso e violenza rappresentavano, già da allora, un linguaggio comunicativo disperato. Invece vediamo Stanley (Vinicio Marchioni) che indossa una serie di t-shirt con l’immagine di Marlon Brando (!), che parla con improbabile accento polacco (ma il testo non dice che è nato in America?), e che, invece di violentare Blanche, la seduce teneramente, salvo, poi, essere lui aggredito sessualmente dalla donna, colta da una sorta di transfer autodistruttivo, mentre Stella (eccellente Elisabetta Valgoi), sullo sfondo, dal suo pancione di gestante, estrae coriandoli. Mitch (il bravo ed intenso Giuseppe Lanino) dal canto suo, espone bicipiti e fisicità non certo da impacciato quasi obeso, e, una volta scoperta la vera identità della donna ( a proposito, dov’è finito il monologo in cui Williams fa raccontare a Blanche la sua storia di sesso e morte?) invece di aggredirla per essere poi cacciato da lei, fugge via di sua spontanea volontà dove un goffo tentativo di autoerotismo (un simbolo delle ragioni registiche?). Naturalmente, con ogni probabilità, questa sarà l’unica, o una delle poche, recensioni negative alla regia di questo spettacolo, per le ragioni già espresse sopra. Noi ci auguriamo, però, che questi tête-à-tête modaioli tra registi e critici possano un giorno lasciare spazio ad un teatro senza effetti e trovate, ma che possa esprimersi con la forza di attori bravi come quelli coinvolti in questo spettacolo, e che il pubblico non venga escluso da tale vicenda, magari evtando di sparargli aggressivi quanto inutili fasci di luce dai proiettori puntati contro di lui.

Visto il 28/02/2012 a Roma (RM) Teatro: Argentina

 
 
 
 
 
 
 
 
Blanche Dubois, vedova sessualmente repressa, va ad abitare a New Orleans in casa della sorella Stella, cerca di farsi sposare da un maturo corteggiatore, ha un ambiguo rapporto di seduzione col rozzo cognato che si chiude con uno stupro e scivola nella follia. Tratto da un dramma in undici scene di Tennessee Williams (messo in scena dallo stesso Kazan nel 1947 con gli stessi interpreti principali e Jessica Tandy nella parte di Blanche). Kazan usa la cinepresa come un microscopio che penetra nella psicologia dei personaggi, punta sulla crudeltà del linguaggio nell’esibizione dei corpi, del sudore o dell’odore, scarta una scelta naturalistica nella scenografia, si affida alla violenza della parola per suggerire le pulsioni di morte che dominano il testo. 9 nomination agli Oscar e 3 statuette per V. Leigh, K. Hunter, K. Malden. Rieditato nel 1993 con i 4 minuti a suo tempo censurati. Rifatto 2 volte per la TV.
 
PER LE VERSIONI CINEMATOGRAFICHE VEDI:
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=25509
 
 
 
 
 
Sorvoliamo sull’infelice doppiaggio e ascoltiamo l’originale…
 
http://youtu.be/BsVxmk9pq2Y
 
 
Altri commenti:
 
http://www.abcvacanze.it/eventi-rimini/un-tram-che-si-chiama-desiderio-2012-rimini.htm
 
 
QUI AMPI STRALCI DELLO SPETTACOLO DURANTE LE PROVE (SOLO AUDIO DA RAI TRE, CON COMMENTI DEL REGISTA):
 
 
La recensione di Maria Giulia Minetti:
 
http://www.teatrostabilecatania.it/it/get/1655/370/La_Stampa_14_02_2012_Il_Tram_di_Marinoni.pdf
 
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Tennessee_Williams
http://it.wikipedia.org/wiki/Un_tram_che_si_chiama_Desiderio_(teatro)
 
 
 
 LA PAZZIA E L’OPERA TEATRALE
 
Il tema della pazzia ricorre spesso nelle opere di Williams -indimenticabile la Liz Taylor de “Improvvisamente l’estate scorsa”. Proprio in questo testo compaiono gli elementi che hanno segnato la sua vita: la lobotomia della sorella Rose, l’omosessualità, il convivere di verità e bugie, l’annientamento della personalità.
 
Williams stesso dichiara che anche “Un tram di nome desiderio” è ispirato alla tragica vicenda di Rose, la sorella a cui era molto legato: quando Williams aveva 27 anni e frequentava l’Università dell’Iowa, la madre, una fervente puritana, la sottopose a un intervento di lobotomia.
In un’intervista del 1982, Williams ripercorre con toccante lucidità l’evento, lasciando emergere la totale insensatezza di un’azione compiuta per cieco perbenismo:
“Mia madre decise di sottoporre Rose a una lobotomia. Perché lo fece? Beh, Miss Rose si esprimeva in modo molto eloquente, dicendo cose che scandalizzavano nostra madre. Rose nutriva un grande risentimento verso di lei poiché le aveva imposto un’educazione puritana durante l’adolescenza. Mia madre corse dal dottore e disse: Faccia qualcosa, qualsiasi cosa per farla tacere!”
 
Allo stesso modo, la madre di Sebastian tenta di fare tacere per sempre Catherine Holly, protagonista di “Improvvisamente l’estate scorsa”, per celare a tutti una terribile verità.
g.r.
Lo stralcio dell’intervista è tratto dalla brochure.
 
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Improvvisamente_l’estate_scorsa_(film_1959)
 
http://www.mymovies.it/trailer/?id=11719
 

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