CCA SUGNU di Alfio Patti

CCA SUGNU

ALFIO PATTI

PROVA D’AUTORE

2012

Cca sugnu, sono qua, eccomi. Già il titolo è una dichiarazione di poetica, esserci per parlare, per gridare, per agire. L’unica arma del poeta è la parola, e questa brandisce contro il disfacimento dei tempi e il sonno delle coscienze.

Cca sugnu chiude una ideale trilogia che comprende Nudi e crudi e Jennuvinennu: comune ai tre libri è l’impianto architettonico, il respiro che li percorre.

Anche qui troviamo tre sezioni, Cca sugnu, Sunteleya e Menzamài. Anche qui predominano le tematiche sociali e filosofiche, e si rintracciano percorsi evidenti ma anche criptici, sottotraccia, di difficile comprensione. Non è mai trasparente la poesia di Patti, lascia al lettore ampi spazi di interpretazione, ma anche di dubbio.

Mi sdirrubbàru! così esordisce il poeta, ma lo smarrimento dura solo un attimo, perché subito l’affermazione che ci accompagna, in varie sfumature di significato e di apparente negazione, si fa voce: cca sugnu.

Vivendo ci si prepara per la morte: arriva la fine della carusanza, del tempo spensierato in cui tutto sembrava possibile; arrivano la maturità e la vecchiaia e con esse il tempo delle grandi domande:

T’addumanni, allura

s’ha ’statu unu ntamatu

o unu arraggiatu.

(Cca sugnu)

Dal sanscrito, Patti mutua i concetti di Rajas, la rabbia, e Tamas, l’indolenza, fino al neologismo sattavàtu, da Satvas, che indica l’equilibrio.

Il siciliano, l’uomo in generale, credo abbia in sé entrambe le componenti, energia e apatia, e oscilla tra queste, nella perenne ricerca dell’equilibrio, di una qualche stabilità.

Si lavora una vita intera per conseguire questa lucidità:

T’allinàtu na vita sana

ppi essiri sattavàtu

p’attruvari dd’equilibriu

can non ha’avutu mai

(Cca sugnu)

 

solo per rendersi conto che si è lavorato invano

e a mènnula nun quagghia ancora

(A cira squagghiàu)

L’indolenza, quindi, sembra essere la caratteristica del nostro popolo: ma è davvero così o si è trattato di una strategia di sopravvivenza, “farsi canna” è adattarsi per non morire, per non farsi spezzare, annientare:

quannu tira ventu

fatti canna

(Sugnu seriamenti prioccupatu)

 

 

Ci si può chiedere se la rassegnazione non sia frutto dell’impotenza:

sapiri e nun putiri

vidiri e nun putiri

gridari paroli

all’aria can un c’è

(Manca l’aria)

 

e rendersi conto di come stanno le cose non basta a mutarle:

aviri cuscienza

e nun putiri fari nenti

(Sugnu seriamenti prioccupatu)

 

I proverbi si costruiscono sulla saggezza e sulla sapienza popolare e si tramandano per una loro attualità:

munnu ha statu e munnu è

 

niente cambia, cioè, dall’inizio del mondo.

Per questo il poeta è costretto a levare la sua voce, a gridare: è finito il tempo dell’acquiescenza. Qual è il ruolo della poesia? può esistere ancora una poesia civile? La poesia è

 pumata ppi feriti

can nun sànanu

(Sugnu seriamenti preoccupatu)

Sembrerebbe di sì, almeno se il poeta è nudo

Iù manìu i paroli

e mi nni fazzu scudu

nuddu è cchiù forti

di n’omu nudu

(Mi dicistiru)

orfano, cioè libero, se non è asservito al potere o a un particolare credo che potrebbe offuscare il suo giudizio. Tale condizione gli consente di parlare a voce alta senza temere niente, ma gli regala una grande solitudine

Sugnu cca

mi talìu a llatu

e nun vidu a nuddu

(Cca sugnu)

 

Il poeta, che osserva il mondo dalla sua postazione privilegiata, vive con consapevolezza il proprio isolamento:

sugnu sulu

suli semu

e… stàmuni muti

(Orfanu)

 

e allora viene il dubbio che la poesia non serva a nulla, che è meglio tacere, ora che tutto si confonde, che riesce difficile riconoscere i giusti dagli empi: stamuni muti, dice il poeta.

Oggi vittime e carnefici (ormai una cosa sola) rispettivamente glorificati e condannati dalla poesia, per la strana complicità creatasi, danno l’impressione che si sia trattato di parole inutili:

…miliuni di paroli

[…]

n’hannu sirvutu a nenti

(Orfanu)

 

Il poeta libero può dunque parlare senza infingimenti, la sua voce deve levarsi alta, senza più timore di dire, di scuotere le coscienze, di invocare il cambiamento.

È anzi la società ad avere paura dei poeti, armati solo delle loro parole, prigionieri nell’isola felice, l’isola della poesia, unico non-luogo dove si può godere dell’anarchia cosmica.

Proprio nell’oscillare tra l’urgenza di parlare e la disillusione, tra la rabbia che invoca il mutamento e la stanchezza del vivere che indurrebbe a tacere, ancora riscontriamo il dualismo rajas/tamas, in eterno conflitto.

Altri affondi ancora nel sociale, con l’ironica e amara condanna del clientelismo, in L’amicu, in cui viene descritta, quasi in un gustoso bozzetto, una malintesa forma di amicizia, lo scambio di favori al limite della legalità. Altrettanto ironica e amara è la chiusa: l’amicizia e la disponibilità finiscono quando si parla di lavoro, e a quel punto non ci si conosce più. La vera amicizia, secondo un proverbio siciliano, non è cosa facile: bisogna mangiare insieme tre tummini di sale prima che si possa parlare di reale condivisione.

E, argomento attualissimo, la nuova povertà, tratteggiata nell’omaggio a Enzo D’Agata (Puvirtà): prepariamoci poiché arriva in apparente benessere, come una malattia subdola e strisciante; la vera povertà era invece pulita e dignitosa, non essendo sostenuta dal desiderio di possedere, di apparire, di pavoneggiarsi, mentre ora si reputano indispensabili cose che non lo sono affatto.

Per questo occorrerebbe cambiare gioco (Cangia jocu), cancellare questa generazione di false coscienze, rinnovarle per non rassegnarsi sempre, accettando le apparenti verità (Mi dicìstiru) che ci vengono propinate in una reiterata violenza alla ragionevolezza e alle quali si può reagire solo brandendo la parola in una instancabile ricerca di senso.

Iù manìu i paroli /e mi nni fazzu scudu, ribadisce il poeta, così come proposto da  Domenico Seminerio nella prefazione a Jennuvinennu, seconda prova della trilogia, il quale aveva parlato di scudo e spada, espressione che mi fa venire in mente Martoglio, che adopera la stessa immagine a proposito del suo giornale, il D’artagnan:

 

Pri nui non c’è chiù porta sbarriata:

-Avanti, d’Artagnan, ca si’ lu scutu!

-Avanti, d’Artagnan, ca si’ la spata!

(A LU ME’ GIURNALI)

La sezione centrale, Sunteleya, è quella più breve ma forse più pregnante.

La stessa domanda, Signuri unni si’?,  che il poeta si poneva in Prijiera (Nudi e crudi), a metà tra grido e invocazione, compare qui in Quannu arrivi, connotata dall’eclissi di Dio che ha caratterizzato il ‘900, il secolo breve, come lo definisce Hobsbawm. Regole, divieti, rispetto e timore, sensi di colpa ingenerati da un  Dio che minaccia e punisce, che ha dato all’uomo l’illusione di un Nuovo Tempo, ma non ha poi realizzato le promesse. Il diavolo, invece, che ben conosce le debolezze umane, che sa approfittare delle zone d’ombra, si è insinuato in questo vuoto e ha potuto esercitare indisturbato il suo potere.

Ma se Dio non ci avesse fatti deboli, il male non avrebbe potuto prendere il sopravvento; se Dio fosse stato più presente, il diavolo non avrebbe potuto riempire di illusioni gli uomini. Ecco perché chi sbaglia può confidare nell’impunità, nella disattenzione di Dio (cu futti futti, ca Diu pirduna a tutti). Solo il poeta si accorge di questo? Ecco allora che la sensazione è quella di essere una pispisa sperduta su un atomo spaiato, sospeso in questo riflesso eterno: fragilità e impotenza, di fronte a uno scenario che confonde.

Ne A vilanza, di Pirandello e Martoglio, Saro di fronte al cadavere dell’amico esclama: Cca sugnu!… Non ti scantari, sugnu prontu!… 

Rinveniamo una inquietante analogia quando Patti, di fronte a una società agonizzante, esterna la sua denuncia, ma non si tira indietro, pronto alla lotta.

Del resto, il tempo è compiuto, i pianeti si stanno allineando e tutto prende una nuova direzione. Hyblaia, la dea della Terra, raduna i venti: è tempo che finisca il regno del nulla e cominci un’era nuova, una nuova età dell’oro, di unione e abbondanza. È ora di essiri sattavàti, è tempo cioè di ritrovare equilibrio e verità, di ricominciare daccapo. Il messia da attendere è però un uomo, non un dio, è un guerriero che, unendo la propria forza alla purezza di una vergine, darà origine a una nuova genia; si apriranno le porte a un moderno Umanesimo, un Rinascimento che muove i passi dall’arte, dove l’uomo torna al centro di tutto.

Le coscienze sane, che si rendono conto di ciò che sta accadendo, sono però incapaci di agire e questa consapevolezza genera avvilimento e dolore: ci si deve sempre piegare come le canne al vento, adeguarsi cioè supinamente senza reagire per poi risollevarsi quando tutto passa? È l’atavico atteggiamento del siciliano, assuefatto alle dominazioni e pertanto incapace di trovare in sé risorse ed energie o è piuttosto una forma atipica di furbizia, il camaleontico adattarsi al momento, aspettando tempi migliori? Si tratta quasi di un rovesciamento semantico dell’assunto gattopardiano per cui si cambia affinché nulla cambi: rimanere immobili invece, in attesa di un cambiamento sembra una tattica affinata nei secoli per garantirsi la sopravvivenza.

Poesia, amore, fantasia diventano sinonimi di ciò che di bello può riservare l’esistenza: ma la poesia è balsamo che non guarisce, che inebria di nulla e non risolve (Sugnu seriamenti prioccupatu). Anche l’amore, in questi tempi malati, è silenzio, un silenzio che si fa musica, difficile da comprendere. L’amore, appunto, che potrebbe salvare il mondo, non ha diritto di cittadinanza, è costretto a fuggire via (Menzamài). Allo stesso modo, la fantasia è obbligata  a cambiare Paese, non ha più un pubblico attento, solo un mendicante è disposto ad ascoltare. Vuol dire che solo gli animi semplici sono in grado di accettare e di capire?

La terza sezione si apre con Sdilliriu, in cui si può apprezzare l’espediente grafico di sfalsare i versi, con un occhio strizzato al lettore, compiacimento letterario che ci strappa un sorriso.

L’espressione A ppicca n’aviti… macari vuautri aviti figghi, che chiude la poesia Mi dicìstiru è dura e suona come un anatema: attenti a quello che fate, state facendo scempio del mondo, ma è proprio lo stesso che consegnerete ai vostri figli.

Figli ai quali, al contrario, il poeta sa benissimo cosa dire, quale lezione suggerire. In Curriti la corsa è metafora del vivere e presenta una serie di ostacoli che solo il coraggio può superare. Questa corsa ha per teatro Catania, con le sue Porta Uzeda, Porta Jaci, Porta Garibaldi.

Se all’inizio di questa lirica il poeta si rivolge a un generico uomo del mio tempo, di quasimodiana memoria, è poi nella propria realtà che si muove, nella città che altrove (Sdilliriu) viene descritta come fausa e buttana –e ritengo che solo chi ama possa dare giudizi del genere- una città perduta che ha tradito, perché si sognava diversa ed è densa piuttosto solo di promesse disattese. E ancora lo scorrere dei giorni, l’oppressione del quotidiano, con la sua monotona ripetitività, nell’attesa di un cambiamento, a volte solo agognato.

Per questo motivo l’esortazione da porgere alle generazioni future è quella di non arrendersi: imboccate la strada maestra, non fermatevi, non fatevi prendere in mezzo alle intemperie, agli impedimenti in cui è inevitabile inciampare, barriere di fuoco da saltare, e se la stanchezza vi sorprende, radunate le forze e ricominciate a lottare.

Curri figghiu miu…

Ora ca ti misi ô munnu

non ti fari pigghiari.

Fa’ bàttiri ddu cori ca ti desi

ìsili sti pedi e metticci l’ali…

 

La luce dei giorni chiari è la speranza, sempre presente in Patti, che infatti parla di sconfitta, non certo di fallimento:

A scunfitta è sapuri ca canusci

ma u fallimento, chiddu non t’apparteni

(Manca l’aria)

speranza che nemmeno gli avvenimenti odierni possono spegnere:

Ma tu

pensi ca…

televisioni, giurnali e bullittini

nni ponnu livari

di l’occhi

a luci

d’î jorna chiari?

(Ma tu)

dove forse l’unico  fallimento è solo la parola negata (Comu fazzu ad aviri pietà).

Stiamo a vedere, aspettando non si sa cosa… ma se il mondo non cambia nessuno cambia, e si continua a gridare parole all’aria che non c’è:

Di cangiari non si nni parra affattu

cangiari tu? Cangiari iddi?

U munnu non cangia e mancu tu u fai.

Perciò…

Aspittamu ca u tempu si sfrinzìa

e proprio l’aspittari t’arrizzetta

(Manca l’aria)

Di sicuro tutti noi siamo avviluppati in lacci, fili, vincoli che costringono a vivere ciò che non si vuole, e dai quali è difficile liberarsi. La madre come la terra: essere legati alla propria terra è quasi una condanna, ma se si deve lottare contro la vita, pur nell’andirivieni ripetitivo e inevitabile, si può trovare la forza di vincere:

Jennu e vinennu

avanti e arredi

cumu ‘n scravagghiu

ammenzu a stuppa

sugnu ancora cunvintu

di putiri vinciri a vita.

(Maliditti i fila)

Priparàti l’elencu, questo l’epilogo con cui l’autore ci congeda (Chiavìnu, e chiudu): è quasi un grido di guerra, ha un significato rivoluzionario, sovversivo, eversivo persino. Finito il tempo dell’attesa, occorre reagire, riprendere possesso della propria coscienza e della propria terra: il messaggio sotteso è forse prosaicamente “rimbocchiamoci le maniche, è ora di ricominciare”.

Questa silloge si presenta come una coraggiosa denuncia dei mali del nostro tempo, un grido di dolore e al tempo stesso di battaglia: una sveglia alle coscienze assopite, monito e incitamento, forte e spavalda come solo la parola del poeta può essere. Cca sugnu è pervaso da una sottile speranza, quella in una nuova alleanza, culminante nell’avvento di un uomo-guerriero, capace di rinnovare e di salvare.

Ironia e disincanto, pessimismo e fiducia, tutte le voci di Patti si rincorrono e si fondono armonicamente in una mai scontata unitarietà. Uno sguardo sui grandi temi dell’esistenza, dunque, che, nonostante il buio dei tempi odierni, ha una forza propositiva e lucida: ancora una volta si può credere che la poesia è in grado di cambiare il mondo.

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