Ciuscia su Letteratitudine

aprile 20, 2013

 

 

 

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione – firmata da Mario Grasso – della silloge in dialetto siciliano Çiuscia (Prova d’Autore), di Gabriella RossittoDi seguito, alcuni versi offerti per Letteratitudine dall’autrice.

 

vai al sito:

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/04/17/ciuscia-di-gabriella-rossitto/

 

 

Una grazie speciale all’amico Massimo


Prossimi appuntamenti

marzo 31, 2013

BELPASSO

giovedì 4 aprile

ore 18.30

incontro con lo scrittore

Alfio Patti

per la presentazione del suo ultimo libro di poesie in siciliano

”Cca sugnu”

edizioni Prova D’Autore

relatrice Gabriella Rossitto

presso la sede della Mostra Permanente di Scienze Naturali

sede della Pro-Loco di Belpasso ,

Casa di Russo Giusti ,

via II Retta Levante 177

CATANIA 

venerdì 5 aprile

ore 18

Cieli violati (Poesie)

di Anna Vasta
Edizioni Ensemble

Interventi.
Maria Lucia Riccioli. Scrittrice
Luigi La Rosa. Autore Rizzoli

Letture di Eugenio Patanè. Attore

 Libreria “Catania Libri”

viale Regina Margherita 2H

CATANIA

sabato 6 aprile

ore 18

presentazione del volume di racconti

Storie di ordinaria Quotidianità

Akkuaria Edizioni

di Laura Rapicavoli

Relatore: Alfio Patti
Voce: Orazio Aricò
Ospiti d’eccezione
Luca Galeano (chitarra)
Joe Pedros (armoniche)

Herborarium Museum

via Crociferi 16


Presentazione “Cca sugnu”

gennaio 11, 2013

L’associazione Sicilia-India, nell’ambito delle attività culturali per l’anno sociale 2013, organizza :

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI 
ALFIO PATTI 

“CCA SUGNU” 

DOMENICA 20 GENNAIO 2013 ORE 17,00 
PRESSO IL SALONE DELLA CAMERA DEL LAVORO,CGIL, VIA CROCIFERI 40, CATANIA 

Introduce:
Dr. Gaetano Agliozzo, Segretario Gen. Funzione Pubblica CGIL
e
M°Luigi Troja. Maestro di Yoga e Karate, Presidente Ass.Sicilia-India

Presenta:
Gabriella Rossitto

Legge l’attore Orazio Aricò

Interverrà lo scrittore Domenico Seminerio

http://www.siciliaindia.it/

http://alfiopatti.wordpress.com/2013/01/15/sicilia-india-presenta-cca-sugnu-di-alfio-patti/


Murakami è tornato

ottobre 26, 2012

 

Fragrante, appena sfornato, eccolo: prima pagina e via!

1Q84, libro 3, ottobre-dicembre: ci deluderà?

Qui alcuni punti di vista e recensioni (io non  leggo mai niente prima per non farmi influenzare, voi decidete il da farsi ):

http://blog.libero.it/angolodijane/11659844.html

http://www.einaudi.it/speciali/Murakami-Haruki-1Q84-Libro-III-ottobre-dicembre

http://cultura.panorama.it/libri/haruki-murakami-1q84-ultima-parte

eccetera:

http://www.google.it/search?q=copertina+nuovo+murakami+libro+3&hl=it&rlz=1C1CHOI_itIT398IT398&source=lnms&sa=X&ei=C8KKUIrCOseg4gSXnoHgAg&ved=0CAYQ_AUoAA&biw=1440&bih=766#hl=it&gs_nf=3&pq=copertina%20nuovo%20murakami%20libro%203&cp=0&gs_id=2&xhr=t&q=+nuovo+murakami+libro&pf=p&rlz=1C1CHOI_itIT398IT398&sclient=psy-ab&oq=+nuovo+murakami+libro+3&gs_l=&pbx=1&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_qf.&fp=3c7dfe9879c598ed&bpcl=35466521&biw=1440&bih=766


Pinsera di Alessandro Giuliana

giugno 21, 2012

A Palazzo Platamone, a Catania, il 19 giugno, è stata presentata la silloge poetica dialettale Pinsera, di Alessandro Giuliana, vincitore dell’edizione 2011 del Premio Martoglio di Grotte (Ag).

Ha aperto la serata il duo di chitarristi Roberto Funzio e Alfredo Longo, con un omaggio a De Gregori, a De André, e poi alla musica napoletana e siciliana.

Aristotele Cuffaro, ideatore del Premio, ha presentato la decima edizione del concorso, ricordandone la data di scadenza fissata per il 30 giugno. La premiazione avverrà in luglio a Grotte con l’assegnazione di premi speciali a grandi personaggi di prestigio del mondo dello spettacolo.

Dopo i saluti dell’assessore alla Cultura di Grotte, Salvatore Rizzo, il curatore della prefazione del volume, edito da Medinova, Alfio Patti, ha  sapientemente delineato la poetica di Giuliana.

Dopo aver chiarito le sfumature dei termini dialetto, vernacolo, lingua, a proposito del siciliano, ha puntato subito alla poesia di Giuliana che ha una forte valenza sociale, di denuncia e di accusa: sicuramente i giovani hanno il diritto, anzi il dovere, di cambiare il mondo.

Emerge l’attenzione ai diseredati, ai migranti, ai poveri, mentre viene meno la fede nella politica e resta solo la fede in Dio. Quando muore l’uomo, muore Dio, dice Giuliana, quando ci si dimentica cioè dell’umanità non si può più sollevare lo sguardo verso il cielo, e dunque occorre riportare l’uomo al centro di tutto, usando la parola come scudo e spada: la poesia, afferma Patti, è l’unica arma utile contro l’appiattimento e la violenza.

Lo stesso autore ha declamato i propri versi, con la forza e la passione che lo contraddistinguono, chiarendo anche alcuni aspetti della propria scrittura:

“Mi piaci stari nt’a pignata” –ha affermato- “non odio il mondo, amo la vita, l’uomo è multiforme e la varietà è meravigliosa”.

Aristotele Cuffaro ha infine ribadito che, in un mondo senza valori in cui i giovani non si riconoscono e non hanno punti di riferimento, la poesia di Alessandro Giuliana ha in sé un messaggio sociale forte.

Dalla prefazione di Alfio Patti: “… i Pinsera vanno e vengono e la mano scorre sul foglio bianco e i pensieri diventano parole e le parole si fanno musica per cantare la speranza di un mondo nuovo”.


LE COSE SONO DIVERSE DA COME APPAIONO

giugno 17, 2012

1Q84

Murakami Haruki

Einaudi

2011

Perché questo è un libro che prende?

Mah!

Provo un po’ a spiegarlo, ma non sono sicura di riuscirci…

Avevo serie preclusioni nei confronti della letteratura giapponese, ritenevo di non essere in grado di apprezzarla, non conoscendo abbastanza una cultura troppo diversa dalla mia.

Ho scoperto Murakami.

Non so per quale motivo questo libro mi abbia conquistata: forse per la scrittura, per il suo muoversi sull’orlo della fantascienza senza caderci mai dentro, forse per il respiro volutamente occidentale  (se sostituiamo Tokio con una qualsiasi città americana, non ci accorgiamo della differenza). Solo il cibo ci ricorda dove è ambientato il romanzo. Così imparo che i gamberetti vanno preparati con zenzero e prezzemolo cinese, si aggiungono sedano e funghi, un bicchierino di sakè, pepe e salsa di soia; leggo su wikipedia che gli edamame sono fagioli di soia acerbi che vengono lessati senza essere estratti dal baccello e si servono freddi o talvolta caldi; durante il consumo i fagioli vengono estratti dal baccello e mangiati mentre il baccello viene scartato. Ah! lo zenzero va rosolato nell’olio di sesamo bianco!

Ed ecco un altro menu:  zuppa di miso (il miso è una pasta di soia fermentata, cui si aggiunge il dashi, fatto con scaglie di tonnetto essiccato (katsuobushi) e una grossa alga chiamata konbu; alghe wakame e porri; sauro secco arrostito; tofu insaporito con lo zenzero, daikon grattugiato (è un ravanello bianco gigante), rapa in salamoia e umeboshi ( un condimento a base di prugne secche giapponesi).

Ma imparo anche che il cognome va prima del nome!

La storia inizia sulla tangenziale di Tokio e con questa colonna sonora:

Subito qualcosa comincia a stonare  nella placida normalità, una sorta di scollamento dal reale , preannunciato da un taxi troppo lussuoso, una Toyota Royal Crown

con un impianto stereo anch’esso troppo raffinato. E poi le ambigue parole del tassista:

“Le cose sono diverse da come appaiono…”

Aomame  si ripetè queste parole nella mente. Poi corrugò leggermente le sopracciglia.
“E questo cosa vorrebbe dire?”
L’autista rispose scegliendo accuratamente le parole:
“Allora, detto in altri termini, lei sta per fare una cosa che non è usuale. Non è vero? Scendere in una scala d’emergenza in pieno giorno, non è un’azione che le persone farebbero normalmente. E tantomeno una donna”
“No, forse no” disse Aomame.
“Quindi, una volta fatta una cosa del genere, è possibile che il suo paesaggio quotidiano le appaia, come dire, un po’ diverso. Anch’io ho avuto un’esperienza simile. Ma non si lasci ingannare dalle apparenze. La realtà è sempre una sola”

Qualche nota sullo stile però devo farla: eliminerei l’insistita descrizione dei personaggi e le similitudini disseminate come granella di nocciola.

La storia di un amore impossibile, che scorre sottotraccia, è invece suggestiva e magica: Aomame e Tengo che guardano la stessa luna, senza sfiorarsi, pieni del loro reciproco sentirsi, e il barattare la propria vita per un ricordo, per un sogno che non si è ancora incontrato, questo basta alla trama che sembra a volte a maglie troppo larghe.

Anch’io, una volta, secoli fa, ho guardato una panciuta immensa luna assieme a una persona: il contatto sublime di un attimo, ma bastevole a sostenere il ricordo per tutta la vita. Forse davvero la luna ipnotizza e seduce, ed è per sempre.

Orwell è presente, e non solo nel titolo (pag. 294), anche se con “1984” forse le attinenze sono poche.

E poi l’amore:

Naturalmente mi resterà il ricordo di Tengo. La sensazione della sua mano. Quel tremito violento al cuore. Il desiderio impaziente di essere stretta tra le sue braccia. Se anche diventassi un’altra persona, niente potrebbe strapparmi il sentimento che ho per lui. Questa è la grande differenza tra me e Ayumi. Al centro del mio essere non c’è il vuoto. E nemmeno uno spazio arido e desolato. Al centro del mio essere c’è amore. Io continuerò sempre ad amare quel bambino di dieci anni di nome Tengo. Continuerò ad amare la sua forza, la sua intelligenza, la sua gentilezza. Lui non è qui.

Ma un corpo che non si può vedere non è soggetto a decadenza, e le promesse che non sono state scambiate non possono essere infrante.”

(pag. 459)

“Amare qualcuno dal profondo del cuore è comunque una grande consolazione. Anche se si è soli e non si riesce a stare con quella persona”.

(pag. 241)

E ancora il tempo, mentre Murakami approfitta dell’argomento per prendere le distanze dalla fantascienza, almeno così sembra:

” -E una sorta di mondo parallelo?

L’uomo rise, facendo tremare un po’ le spalle.

-Mi sembra che lei abbia letto troppa fantascienza. No, non è così. Non è un mondo parallelo. Non è che lì c’è l’anno 1984 e qui il 1Q84, chwe è una sua ramificazione e i due procedono in modo parallelo.”

( pag. 564)

L’alternanza dei capitoli (i dispari dedicati ad Aomame, i pari a Tengo) non è certo una novità, ma rende piacevole la lettura, nel lasciare e riprendere le due storie parallele in cui si raccolgono indizi e collegamenti come sassolini utili per tornare a casa.

Aomame ha una scorza infrangibile e un nucleo tenero: si comporta come Dio, ripulisce il mondo da uomini che non meritano di vivere, ma non si riesce a condannarla, lei vive di un amore impossibile, nato da una stretta di mano fra due bambini di dieci anni, in un’aula deserta.

In ogni caso avrebbe voluto incontrarla. Gli sarebbe bastato anche solo sapere che tipo di vita aveva vissuto da allora, dove si trovava oggi, quali cose la rendevano felice e quali la rattristavano. Per quanto tutti e due potessero essere cambiati, e avere ormai perduto ogni possibilità di unirsi, niente poteva cancellare quel giorno di tanto tempo fa, quando in un’aula deserta della scuola elementare si erano scambiati qualcosa di prezioso.”

(pag.447)

Tengo, ossessionato dalle immagini della sua primissima infanzia, vive in superficie come se attendesse qualcosa.

Per tutto il romanzo i due personaggi si avvicinano sempre di più, per piccole rivelazioni, fino a sfiorarsi, in una notte di… due lune, ma solo per un attimo.

Così è la vita vera, probabilmente. Ma il sogno di Murakami ci consente di credere, senza riserve, a ogni parola. Come al risveglio, al mattino, si crede interamente ai propri sogni, così, uscendo dal libro, ci resta qualcosa appiccicato addosso, la smorfia di Aomame, le domande senza punto interrogativo di Fukaeri, lo sguardo attonito di Tengo su un mondo che diventa sempre più improbabile.

Sappiamo già che ci sarà un altro libro, dove magari scopriremo che Tengo è il figlio del Leader, destinato a continuarne le gesta, che il rapporto con Fukaeri è incestuoso, che Tengo e Aomame non concretizzeranno mai il loro amore, pur inseguendosi per altre mille pagine… ma no, non credete a una sola parola di quello che dico: le cose sono diverse da come appaiono. E soprattutto, stanotte, non alzate lo sguardo verso il cielo: potreste scorgere una seconda luna, piccola e verde.

Rassegna stampa:

1Q84 supera qualsiasi altro romanzo di  Murakami, e forse qualsiasi altro romanzo sia mai stato scritto, nell’ambizione  di svelare le sottilissime membrane che separano l’amore dall’incontro casuale, la bontà dalla malvagità, la realtà dai sogni di chi vive nella repressione del  mondo moderno.

Publishers Weekly

***

Le opere di Murakami sono sempre più rilevanti per la nostra comprensione del mondo moderno, e questa volta il suo lavoro è più che mai raffinato… Questo romanzo — intriso di morte e ossessioni, ma anche di umorismo — potrebbe  diventare una lettura obbligatoria per chiunque cerchi di afferrare il senso della cultura giapponese contemporanea.

The Japanese Times

***

Le cose non sono ciò che sembrano: se il nuovo romanzo di Murakami – ambizioso, tentacolare, assolutamente sbalorditivo – avesse uno slogan, sarebbe questo. Una distopia orwelliana, la  fantascienza, il mondo contemporaneo (terrorismo, droga, apatia, cultura pop),  fusi insieme in una narrazione epica onirica e indimenticabile.

Kirkus Reviews

***

In 1Q84 troverete insieme un’autentica saggezza e una grande profondità emotiva. Murakami ha superato se stesso nel descrivere il nostro senso di perdita e di isolamento.

The Wall Street Journal

***

Murakami è davvero unico… Quale altro autore riesce a farvi venire in mente allo stesso tempo Dostoevskij e J.K. Rowling, e non nello stesso capitolo, ma nella stessa pagina? Guardata attraverso la lente del postmodernismo, la sua capacità esemplare di mettere insieme leggerezza e spessore, alta letteratura e intrattenimento, non manca un colpo. Eleganza e pop, sublime e profano, storia e  fantasia, trash e trascendente: le dimensioni slittano in continuazione fino a fondersi in una sorta di incontro tra le speculazioni metafisiche di un Ivan  Karamazov e le sfide avventurose di un Harry Potter.

The Independent (UK)

***

1Q84 è uno di quei rari romanzi che descrivono perfettamente ciò che siamo, e che offrono insieme indizi allettanti di ciò che la letteratura potrà diventare. Questo romanzo è un’impresa grandiosa: dentro c’è tutto ciò che ci aspettiamo da  un capolavoro, più un paio di cose che non saremmo mai stati in grado di aspettarci.

— San Francisco Chronicle

***

I romanzi di  Murakami resistono a ogni definizione: sembrano vivere di vita propria.

— Daily Telegraph

***

Murakami è come un illusionista che spiega il trucco nascosto dietro le sue magie, ma riesce comunque a farti credere di avere potere sovrannaturali. Chiunque può raccontarci una storia che somiglia a un sogno, ma sono rari gli artisti che, come lui, ci convincono che siamo noi a sognarlo.

— The New York Times Book Review

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“No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene le cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.”

 

 

 

Per chi volesse conoscere la trama:

Tokyo, 1984. Un taxi bloccato nel traffico di una tangenziale. Nell’abitacolo, insolitamente lussuoso, una giovane donna sta facendo tardi al suo appuntamento. Indossa un tailleur elegante, scarpe col tacco, è bella ma i suoi tratti ostentano una compostezza innaturale. Si chiama Aomame. L’autoradio trasmette la Sinfonietta di Janácek (Aomame non sa perché ma la riconosce, la conosce, quando l’ha sentita?), mentre fuori l’ingorgo cresce e il tempo a sua disposizione si assottiglia. Qualche minuto dopo, tra le macchine ferme e gli automobilisti annoiati o nervosi, Aomame cammina verso il bordo della tangenziale. E la vediamo proprio, in un ralenti squisitamente cinematografico, questa ragazza elegante che sfila attirando gli sguardi, la guardiamo togliersi le scarpe e scavalcare il parapetto e poi sparire giù per una scala ripida in metallo, mentre nella sua testa risuona ancora, mescolato alle note di Janácek, l’avvertimento del tassista: «Le cose sono diverse da come appaiono, ma non si lasci ingannare: la realtà è sempre una sola…»

Si apre così 1Q84, il nuovo monumentale romanzo di Murakami Haruki, e se non fosse per il titolo orwelliano il primo riferimento che verrebbe in mente è Alice che si infila nella tana del coniglio (e mentre seguiamo Aomame sulle scale lo capiamo subito che l’ammonimento del tassista non servirà a nulla, né a lei né a noi, e che da questo mondo nel quale stiamo per entrare, così diverso dalla nostra realtà ma che della nostra realtà dice molto, ci faremo ingannare).

Nella stessa città, ma lontanissimo da Aomame, anche Tengo ha un appuntamento. Tengo insegna matematica in una scuola privata che prepara i ragazzi a entrare all’università. È perseguitato da un unico, nitidissimo, ricordo della madre, una visione che non riesce ad interpretare e che ogni volta lo sconvolge. Se numeri e teoremi sembrano offrirgli un appiglio per decodificare il mondo, c’è qualcosa che non può fare a meno di raccontare con la scrittura. E quando Komatsu, un editore con cui collabora, gli propone di lavorare come ghost writer su un manoscritto bizzarro e magnetico, anche lui fa ingresso nella sua «tana del coniglio»: La crisalide d’aria, opera della giovanissima Fukaeri, è molto più che un romanzo. E nel riscriverlo Tengo arriverà molto lontano dalla realtà che conosce, in un mondo popolato da capre cieche, little people, e misteriose crisalidi d’aria che si sottraggono al concetto stesso di tempo.
Due protagonisti, due storie che sembrano non avere nulla in comune ma che invece, capitolo dopo capitolo, svelano imprevedibili connessioni.

«Credo che uno dei compiti più importanti per uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza», ha detto Murakami a Dario Olivero in un’intervista per Repubblica. E ancora: «Se tutto va bene, attraverso quel passaggio che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere.

I miei romanzi mostrano il percorso per arrivare a quel mondo interiore».
In 1Q84, «l’interruttore», il passaggio per accedere a queste  dimensioni nascoste Murakami ce la mostra già nel titolo, in quella Q, la cui  pronuncia in giapponese è identica a quella dell’ideogramma corrispondente al  numero nove. Un dettaglio minimo, una membrana sottilissima che separa due universi paralleli e che, forse, è destinata presto a infrangersi.

Mescolando suggestioni folkloristiche e immagini prese in prestito dai manga, citazioni letterarie e riferimenti pop, sensualità sfrenata e tenerissimo amore, Murakami costruisce un’epica contemporanea che guarda al passato recente e scava nelle ossessioni, nei feticismi, nei sogni del nostro tempo, e ci regala un’opera unica, il suo capolavoro.

http://www.einaudi.it/speciali/Murakami-Haruki-1Q84-il-libro

Per i personaggi (ma non leggete la trama, vi svelerebbe il contenuto del terzo libro!):

http://it.wikipedia.org/wiki/1Q84

http://comeimparareilgiapponese.info/valore-1q84-haruki-murakami

Come prevedevo, non finisce qui:

http://newsdalgiappone.com/2010/01/04/la-terza-parte-di-1q84-di-murakami-uscira-ad-aprile/

Il sito italiano su Murakami, dove troverete anche alcuni racconti:

http://www.harukimurakami.it/index_int.htm

http://www.sulromanzo.it/blog/1q84-di-haruki-murakami

Intervista a Murakami:

http://olivero.blogautore.repubblica.it/2011/11/08/intervista-a-murakami-haruki/

http://www.youtube.com/watch?v=lA5R68o9wTI&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=AYaMjmrqjTQ

“Avvertì un forte tumulto interiore […] Non era un’emozione simile all’innamoramento o al desiderio sessuale. Era come se qualcosa si fosse insinuato attraverso una piccola fessura e tentasse di riempire un vuoto che c’era dentro di lui da un tempo incalcolabile. Lei vi aveva proiettato sopra una luce speciale, illuminandolo.”

“Non c’erano cambiamenti particolari. Dimensioni e forma erano rimasti uguali. ” io sono sempre io e il mondo è sempre il mondo” Ma qualcosa aveva cominciato a cambiare. Aomame lo percepiva. Era come trovare gli errori in una figura. Hai davanti a te due immagini. Le appendi alla parete, una accanto all’altra, e per quanto tu possa confrontarle, sembrano perfettamente identiche. Ma se ti metti ad osservare con estrema attenzione i singoli particolari, ti accorgi che ci sono alcune piccole differenze.”

“Passò il resto della mattinata così, a guardare il soffitto. Non se la sentiva di fare nulla. L’unica soluzione era rimanersene lì a guardare in alto. Non che lassù ci fosse nulla di interessante. I soffitti non sono costruiti per intrattenere le persone.”

“Comunque che si tratti di menù, di uomini o di qualsiasi altra cosa, pensiamo di essere noi a scegliere. Ma forse in realtà non scegliamo proprio niente. Probabilmente tutto è già stato deciso dall’inizio e noi facciamo finta di scegliere. Il libero arbitrio è solo un’illusione.”

“Ascolta Tengo, adesso per un po’ non metterti a pensare cose troppo complicate. Segui la corrente. Di storie come questa, non è che nella vita ne capitino tante. È come stare in un bel romanzo picaresco. Per una volta gustiamoci il denso profumo del male. Godiamoci la discesa sulle rapide. E se dovremmo precipitare dalle cascate, faremo insieme una caduta spettacolare.”

“Doveva aver riflettuto a lungo, non sapeva quanto. Immersa nei suoi pensieri, aveva smarrito completamente il senso del tempo. Solo il cuore aveva continuato a scandire gli attimi con ritmo secco e regolare. Aomame visitò diverse piccole stanze che aveva dentro di sé, risalendo negli anni come un pesce risale un fiume. Ritrovò teneri ricordi e profondi dolori. Una luce sottile, venuta chissà dove, le trafisse il corpo. Provò una strana sensazione, come se fosse diventata trasparente. Tentò di guardare quella luce facendosi schermo con la mano, e si accorse che vedeva ciò che c’era dietro. Le sembrava di essere diventata di colpo leggera.”

“La violenza non assume soltanto forme visibili, e non sempre dalle ferite scorre il sangue.”

“E’ come la ruota delle passioni Tibetana. Quando gira i valori e i sentimenti che sono all’esterno salgono e scendono. Ma il vero amore attaccato all’asse della ruota, non si muove.”

“Il mondo, in qualche sua parte, stava cominciando ad impazzire. Mentre camminava, la mente di Aomame continuava a vorticare rapida.”

“E le numerose farfalle come fugaci segni di punteggiatura in un flusso di coscienza senza inizio né fine, apparivano qua e là, per poi scomparire subito di nuovo.”

“Per quanto uno posso riscrivere il passato, minuziosamente e con diligenza, non può modificare la propria condizione presente. Il tempo possiede la forza di cancellare uno dopo l’altro i cambiamenti artificiosi. Lì dove sono state apportate modifiche, il tempo interviene e riscrive, ripristinando il flusso originale. Forse la cosa giusta da fare per lui era stare in piedi all’incrocio del presente e guardare con coraggio e sincerità il passato. Scrivere il futuro come se fosse il passato. ”

 


LEGGI L’INCIPIT:

http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620379PCA.pdf


CCA SUGNU di Alfio Patti

giugno 8, 2012

CCA SUGNU

ALFIO PATTI

PROVA D’AUTORE

2012

Cca sugnu, sono qua, eccomi. Già il titolo è una dichiarazione di poetica, esserci per parlare, per gridare, per agire. L’unica arma del poeta è la parola, e questa brandisce contro il disfacimento dei tempi e il sonno delle coscienze.

Cca sugnu chiude una ideale trilogia che comprende Nudi e crudi e Jennuvinennu: comune ai tre libri è l’impianto architettonico, il respiro che li percorre.

Anche qui troviamo tre sezioni, Cca sugnu, Sunteleya e Menzamài. Anche qui predominano le tematiche sociali e filosofiche, e si rintracciano percorsi evidenti ma anche criptici, sottotraccia, di difficile comprensione. Non è mai trasparente la poesia di Patti, lascia al lettore ampi spazi di interpretazione, ma anche di dubbio.

Mi sdirrubbàru! così esordisce il poeta, ma lo smarrimento dura solo un attimo, perché subito l’affermazione che ci accompagna, in varie sfumature di significato e di apparente negazione, si fa voce: cca sugnu.

Vivendo ci si prepara per la morte: arriva la fine della carusanza, del tempo spensierato in cui tutto sembrava possibile; arrivano la maturità e la vecchiaia e con esse il tempo delle grandi domande:

T’addumanni, allura

s’ha ’statu unu ntamatu

o unu arraggiatu.

(Cca sugnu)

Dal sanscrito, Patti mutua i concetti di Rajas, la rabbia, e Tamas, l’indolenza, fino al neologismo sattavàtu, da Satvas, che indica l’equilibrio.

Il siciliano, l’uomo in generale, credo abbia in sé entrambe le componenti, energia e apatia, e oscilla tra queste, nella perenne ricerca dell’equilibrio, di una qualche stabilità.

Si lavora una vita intera per conseguire questa lucidità:

T’allinàtu na vita sana

ppi essiri sattavàtu

p’attruvari dd’equilibriu

can non ha’avutu mai

(Cca sugnu)

 

solo per rendersi conto che si è lavorato invano

e a mènnula nun quagghia ancora

(A cira squagghiàu)

L’indolenza, quindi, sembra essere la caratteristica del nostro popolo: ma è davvero così o si è trattato di una strategia di sopravvivenza, “farsi canna” è adattarsi per non morire, per non farsi spezzare, annientare:

quannu tira ventu

fatti canna

(Sugnu seriamenti prioccupatu)

 

 

Ci si può chiedere se la rassegnazione non sia frutto dell’impotenza:

sapiri e nun putiri

vidiri e nun putiri

gridari paroli

all’aria can un c’è

(Manca l’aria)

 

e rendersi conto di come stanno le cose non basta a mutarle:

aviri cuscienza

e nun putiri fari nenti

(Sugnu seriamenti prioccupatu)

 

I proverbi si costruiscono sulla saggezza e sulla sapienza popolare e si tramandano per una loro attualità:

munnu ha statu e munnu è

 

niente cambia, cioè, dall’inizio del mondo.

Per questo il poeta è costretto a levare la sua voce, a gridare: è finito il tempo dell’acquiescenza. Qual è il ruolo della poesia? può esistere ancora una poesia civile? La poesia è

 pumata ppi feriti

can nun sànanu

(Sugnu seriamenti preoccupatu)

Sembrerebbe di sì, almeno se il poeta è nudo

Iù manìu i paroli

e mi nni fazzu scudu

nuddu è cchiù forti

di n’omu nudu

(Mi dicistiru)

orfano, cioè libero, se non è asservito al potere o a un particolare credo che potrebbe offuscare il suo giudizio. Tale condizione gli consente di parlare a voce alta senza temere niente, ma gli regala una grande solitudine

Sugnu cca

mi talìu a llatu

e nun vidu a nuddu

(Cca sugnu)

 

Il poeta, che osserva il mondo dalla sua postazione privilegiata, vive con consapevolezza il proprio isolamento:

sugnu sulu

suli semu

e… stàmuni muti

(Orfanu)

 

e allora viene il dubbio che la poesia non serva a nulla, che è meglio tacere, ora che tutto si confonde, che riesce difficile riconoscere i giusti dagli empi: stamuni muti, dice il poeta.

Oggi vittime e carnefici (ormai una cosa sola) rispettivamente glorificati e condannati dalla poesia, per la strana complicità creatasi, danno l’impressione che si sia trattato di parole inutili:

…miliuni di paroli

[…]

n’hannu sirvutu a nenti

(Orfanu)

 

Il poeta libero può dunque parlare senza infingimenti, la sua voce deve levarsi alta, senza più timore di dire, di scuotere le coscienze, di invocare il cambiamento.

È anzi la società ad avere paura dei poeti, armati solo delle loro parole, prigionieri nell’isola felice, l’isola della poesia, unico non-luogo dove si può godere dell’anarchia cosmica.

Proprio nell’oscillare tra l’urgenza di parlare e la disillusione, tra la rabbia che invoca il mutamento e la stanchezza del vivere che indurrebbe a tacere, ancora riscontriamo il dualismo rajas/tamas, in eterno conflitto.

Altri affondi ancora nel sociale, con l’ironica e amara condanna del clientelismo, in L’amicu, in cui viene descritta, quasi in un gustoso bozzetto, una malintesa forma di amicizia, lo scambio di favori al limite della legalità. Altrettanto ironica e amara è la chiusa: l’amicizia e la disponibilità finiscono quando si parla di lavoro, e a quel punto non ci si conosce più. La vera amicizia, secondo un proverbio siciliano, non è cosa facile: bisogna mangiare insieme tre tummini di sale prima che si possa parlare di reale condivisione.

E, argomento attualissimo, la nuova povertà, tratteggiata nell’omaggio a Enzo D’Agata (Puvirtà): prepariamoci poiché arriva in apparente benessere, come una malattia subdola e strisciante; la vera povertà era invece pulita e dignitosa, non essendo sostenuta dal desiderio di possedere, di apparire, di pavoneggiarsi, mentre ora si reputano indispensabili cose che non lo sono affatto.

Per questo occorrerebbe cambiare gioco (Cangia jocu), cancellare questa generazione di false coscienze, rinnovarle per non rassegnarsi sempre, accettando le apparenti verità (Mi dicìstiru) che ci vengono propinate in una reiterata violenza alla ragionevolezza e alle quali si può reagire solo brandendo la parola in una instancabile ricerca di senso.

Iù manìu i paroli /e mi nni fazzu scudu, ribadisce il poeta, così come proposto da  Domenico Seminerio nella prefazione a Jennuvinennu, seconda prova della trilogia, il quale aveva parlato di scudo e spada, espressione che mi fa venire in mente Martoglio, che adopera la stessa immagine a proposito del suo giornale, il D’artagnan:

 

Pri nui non c’è chiù porta sbarriata:

-Avanti, d’Artagnan, ca si’ lu scutu!

-Avanti, d’Artagnan, ca si’ la spata!

(A LU ME’ GIURNALI)

La sezione centrale, Sunteleya, è quella più breve ma forse più pregnante.

La stessa domanda, Signuri unni si’?,  che il poeta si poneva in Prijiera (Nudi e crudi), a metà tra grido e invocazione, compare qui in Quannu arrivi, connotata dall’eclissi di Dio che ha caratterizzato il ‘900, il secolo breve, come lo definisce Hobsbawm. Regole, divieti, rispetto e timore, sensi di colpa ingenerati da un  Dio che minaccia e punisce, che ha dato all’uomo l’illusione di un Nuovo Tempo, ma non ha poi realizzato le promesse. Il diavolo, invece, che ben conosce le debolezze umane, che sa approfittare delle zone d’ombra, si è insinuato in questo vuoto e ha potuto esercitare indisturbato il suo potere.

Ma se Dio non ci avesse fatti deboli, il male non avrebbe potuto prendere il sopravvento; se Dio fosse stato più presente, il diavolo non avrebbe potuto riempire di illusioni gli uomini. Ecco perché chi sbaglia può confidare nell’impunità, nella disattenzione di Dio (cu futti futti, ca Diu pirduna a tutti). Solo il poeta si accorge di questo? Ecco allora che la sensazione è quella di essere una pispisa sperduta su un atomo spaiato, sospeso in questo riflesso eterno: fragilità e impotenza, di fronte a uno scenario che confonde.

Ne A vilanza, di Pirandello e Martoglio, Saro di fronte al cadavere dell’amico esclama: Cca sugnu!… Non ti scantari, sugnu prontu!… 

Rinveniamo una inquietante analogia quando Patti, di fronte a una società agonizzante, esterna la sua denuncia, ma non si tira indietro, pronto alla lotta.

Del resto, il tempo è compiuto, i pianeti si stanno allineando e tutto prende una nuova direzione. Hyblaia, la dea della Terra, raduna i venti: è tempo che finisca il regno del nulla e cominci un’era nuova, una nuova età dell’oro, di unione e abbondanza. È ora di essiri sattavàti, è tempo cioè di ritrovare equilibrio e verità, di ricominciare daccapo. Il messia da attendere è però un uomo, non un dio, è un guerriero che, unendo la propria forza alla purezza di una vergine, darà origine a una nuova genia; si apriranno le porte a un moderno Umanesimo, un Rinascimento che muove i passi dall’arte, dove l’uomo torna al centro di tutto.

Le coscienze sane, che si rendono conto di ciò che sta accadendo, sono però incapaci di agire e questa consapevolezza genera avvilimento e dolore: ci si deve sempre piegare come le canne al vento, adeguarsi cioè supinamente senza reagire per poi risollevarsi quando tutto passa? È l’atavico atteggiamento del siciliano, assuefatto alle dominazioni e pertanto incapace di trovare in sé risorse ed energie o è piuttosto una forma atipica di furbizia, il camaleontico adattarsi al momento, aspettando tempi migliori? Si tratta quasi di un rovesciamento semantico dell’assunto gattopardiano per cui si cambia affinché nulla cambi: rimanere immobili invece, in attesa di un cambiamento sembra una tattica affinata nei secoli per garantirsi la sopravvivenza.

Poesia, amore, fantasia diventano sinonimi di ciò che di bello può riservare l’esistenza: ma la poesia è balsamo che non guarisce, che inebria di nulla e non risolve (Sugnu seriamenti prioccupatu). Anche l’amore, in questi tempi malati, è silenzio, un silenzio che si fa musica, difficile da comprendere. L’amore, appunto, che potrebbe salvare il mondo, non ha diritto di cittadinanza, è costretto a fuggire via (Menzamài). Allo stesso modo, la fantasia è obbligata  a cambiare Paese, non ha più un pubblico attento, solo un mendicante è disposto ad ascoltare. Vuol dire che solo gli animi semplici sono in grado di accettare e di capire?

La terza sezione si apre con Sdilliriu, in cui si può apprezzare l’espediente grafico di sfalsare i versi, con un occhio strizzato al lettore, compiacimento letterario che ci strappa un sorriso.

L’espressione A ppicca n’aviti… macari vuautri aviti figghi, che chiude la poesia Mi dicìstiru è dura e suona come un anatema: attenti a quello che fate, state facendo scempio del mondo, ma è proprio lo stesso che consegnerete ai vostri figli.

Figli ai quali, al contrario, il poeta sa benissimo cosa dire, quale lezione suggerire. In Curriti la corsa è metafora del vivere e presenta una serie di ostacoli che solo il coraggio può superare. Questa corsa ha per teatro Catania, con le sue Porta Uzeda, Porta Jaci, Porta Garibaldi.

Se all’inizio di questa lirica il poeta si rivolge a un generico uomo del mio tempo, di quasimodiana memoria, è poi nella propria realtà che si muove, nella città che altrove (Sdilliriu) viene descritta come fausa e buttana –e ritengo che solo chi ama possa dare giudizi del genere- una città perduta che ha tradito, perché si sognava diversa ed è densa piuttosto solo di promesse disattese. E ancora lo scorrere dei giorni, l’oppressione del quotidiano, con la sua monotona ripetitività, nell’attesa di un cambiamento, a volte solo agognato.

Per questo motivo l’esortazione da porgere alle generazioni future è quella di non arrendersi: imboccate la strada maestra, non fermatevi, non fatevi prendere in mezzo alle intemperie, agli impedimenti in cui è inevitabile inciampare, barriere di fuoco da saltare, e se la stanchezza vi sorprende, radunate le forze e ricominciate a lottare.

Curri figghiu miu…

Ora ca ti misi ô munnu

non ti fari pigghiari.

Fa’ bàttiri ddu cori ca ti desi

ìsili sti pedi e metticci l’ali…

 

La luce dei giorni chiari è la speranza, sempre presente in Patti, che infatti parla di sconfitta, non certo di fallimento:

A scunfitta è sapuri ca canusci

ma u fallimento, chiddu non t’apparteni

(Manca l’aria)

speranza che nemmeno gli avvenimenti odierni possono spegnere:

Ma tu

pensi ca…

televisioni, giurnali e bullittini

nni ponnu livari

di l’occhi

a luci

d’î jorna chiari?

(Ma tu)

dove forse l’unico  fallimento è solo la parola negata (Comu fazzu ad aviri pietà).

Stiamo a vedere, aspettando non si sa cosa… ma se il mondo non cambia nessuno cambia, e si continua a gridare parole all’aria che non c’è:

Di cangiari non si nni parra affattu

cangiari tu? Cangiari iddi?

U munnu non cangia e mancu tu u fai.

Perciò…

Aspittamu ca u tempu si sfrinzìa

e proprio l’aspittari t’arrizzetta

(Manca l’aria)

Di sicuro tutti noi siamo avviluppati in lacci, fili, vincoli che costringono a vivere ciò che non si vuole, e dai quali è difficile liberarsi. La madre come la terra: essere legati alla propria terra è quasi una condanna, ma se si deve lottare contro la vita, pur nell’andirivieni ripetitivo e inevitabile, si può trovare la forza di vincere:

Jennu e vinennu

avanti e arredi

cumu ‘n scravagghiu

ammenzu a stuppa

sugnu ancora cunvintu

di putiri vinciri a vita.

(Maliditti i fila)

Priparàti l’elencu, questo l’epilogo con cui l’autore ci congeda (Chiavìnu, e chiudu): è quasi un grido di guerra, ha un significato rivoluzionario, sovversivo, eversivo persino. Finito il tempo dell’attesa, occorre reagire, riprendere possesso della propria coscienza e della propria terra: il messaggio sotteso è forse prosaicamente “rimbocchiamoci le maniche, è ora di ricominciare”.

Questa silloge si presenta come una coraggiosa denuncia dei mali del nostro tempo, un grido di dolore e al tempo stesso di battaglia: una sveglia alle coscienze assopite, monito e incitamento, forte e spavalda come solo la parola del poeta può essere. Cca sugnu è pervaso da una sottile speranza, quella in una nuova alleanza, culminante nell’avvento di un uomo-guerriero, capace di rinnovare e di salvare.

Ironia e disincanto, pessimismo e fiducia, tutte le voci di Patti si rincorrono e si fondono armonicamente in una mai scontata unitarietà. Uno sguardo sui grandi temi dell’esistenza, dunque, che, nonostante il buio dei tempi odierni, ha una forza propositiva e lucida: ancora una volta si può credere che la poesia è in grado di cambiare il mondo.