Pomeriggio con l’autore

febbraio 8, 2013

mercoledì 13 febbraio

ore 17

Castello di Leucatia

Catania

Pomeriggio con l’autore

con Gabriella Rossitto

a cura di Santo Privitera

relatore  Alfio Patti


CCA SUGNU di Alfio Patti

giugno 8, 2012

CCA SUGNU

ALFIO PATTI

PROVA D’AUTORE

2012

Cca sugnu, sono qua, eccomi. Già il titolo è una dichiarazione di poetica, esserci per parlare, per gridare, per agire. L’unica arma del poeta è la parola, e questa brandisce contro il disfacimento dei tempi e il sonno delle coscienze.

Cca sugnu chiude una ideale trilogia che comprende Nudi e crudi e Jennuvinennu: comune ai tre libri è l’impianto architettonico, il respiro che li percorre.

Anche qui troviamo tre sezioni, Cca sugnu, Sunteleya e Menzamài. Anche qui predominano le tematiche sociali e filosofiche, e si rintracciano percorsi evidenti ma anche criptici, sottotraccia, di difficile comprensione. Non è mai trasparente la poesia di Patti, lascia al lettore ampi spazi di interpretazione, ma anche di dubbio.

Mi sdirrubbàru! così esordisce il poeta, ma lo smarrimento dura solo un attimo, perché subito l’affermazione che ci accompagna, in varie sfumature di significato e di apparente negazione, si fa voce: cca sugnu.

Vivendo ci si prepara per la morte: arriva la fine della carusanza, del tempo spensierato in cui tutto sembrava possibile; arrivano la maturità e la vecchiaia e con esse il tempo delle grandi domande:

T’addumanni, allura

s’ha ’statu unu ntamatu

o unu arraggiatu.

(Cca sugnu)

Dal sanscrito, Patti mutua i concetti di Rajas, la rabbia, e Tamas, l’indolenza, fino al neologismo sattavàtu, da Satvas, che indica l’equilibrio.

Il siciliano, l’uomo in generale, credo abbia in sé entrambe le componenti, energia e apatia, e oscilla tra queste, nella perenne ricerca dell’equilibrio, di una qualche stabilità.

Si lavora una vita intera per conseguire questa lucidità:

T’allinàtu na vita sana

ppi essiri sattavàtu

p’attruvari dd’equilibriu

can non ha’avutu mai

(Cca sugnu)

 

solo per rendersi conto che si è lavorato invano

e a mènnula nun quagghia ancora

(A cira squagghiàu)

L’indolenza, quindi, sembra essere la caratteristica del nostro popolo: ma è davvero così o si è trattato di una strategia di sopravvivenza, “farsi canna” è adattarsi per non morire, per non farsi spezzare, annientare:

quannu tira ventu

fatti canna

(Sugnu seriamenti prioccupatu)

 

 

Ci si può chiedere se la rassegnazione non sia frutto dell’impotenza:

sapiri e nun putiri

vidiri e nun putiri

gridari paroli

all’aria can un c’è

(Manca l’aria)

 

e rendersi conto di come stanno le cose non basta a mutarle:

aviri cuscienza

e nun putiri fari nenti

(Sugnu seriamenti prioccupatu)

 

I proverbi si costruiscono sulla saggezza e sulla sapienza popolare e si tramandano per una loro attualità:

munnu ha statu e munnu è

 

niente cambia, cioè, dall’inizio del mondo.

Per questo il poeta è costretto a levare la sua voce, a gridare: è finito il tempo dell’acquiescenza. Qual è il ruolo della poesia? può esistere ancora una poesia civile? La poesia è

 pumata ppi feriti

can nun sànanu

(Sugnu seriamenti preoccupatu)

Sembrerebbe di sì, almeno se il poeta è nudo

Iù manìu i paroli

e mi nni fazzu scudu

nuddu è cchiù forti

di n’omu nudu

(Mi dicistiru)

orfano, cioè libero, se non è asservito al potere o a un particolare credo che potrebbe offuscare il suo giudizio. Tale condizione gli consente di parlare a voce alta senza temere niente, ma gli regala una grande solitudine

Sugnu cca

mi talìu a llatu

e nun vidu a nuddu

(Cca sugnu)

 

Il poeta, che osserva il mondo dalla sua postazione privilegiata, vive con consapevolezza il proprio isolamento:

sugnu sulu

suli semu

e… stàmuni muti

(Orfanu)

 

e allora viene il dubbio che la poesia non serva a nulla, che è meglio tacere, ora che tutto si confonde, che riesce difficile riconoscere i giusti dagli empi: stamuni muti, dice il poeta.

Oggi vittime e carnefici (ormai una cosa sola) rispettivamente glorificati e condannati dalla poesia, per la strana complicità creatasi, danno l’impressione che si sia trattato di parole inutili:

…miliuni di paroli

[…]

n’hannu sirvutu a nenti

(Orfanu)

 

Il poeta libero può dunque parlare senza infingimenti, la sua voce deve levarsi alta, senza più timore di dire, di scuotere le coscienze, di invocare il cambiamento.

È anzi la società ad avere paura dei poeti, armati solo delle loro parole, prigionieri nell’isola felice, l’isola della poesia, unico non-luogo dove si può godere dell’anarchia cosmica.

Proprio nell’oscillare tra l’urgenza di parlare e la disillusione, tra la rabbia che invoca il mutamento e la stanchezza del vivere che indurrebbe a tacere, ancora riscontriamo il dualismo rajas/tamas, in eterno conflitto.

Altri affondi ancora nel sociale, con l’ironica e amara condanna del clientelismo, in L’amicu, in cui viene descritta, quasi in un gustoso bozzetto, una malintesa forma di amicizia, lo scambio di favori al limite della legalità. Altrettanto ironica e amara è la chiusa: l’amicizia e la disponibilità finiscono quando si parla di lavoro, e a quel punto non ci si conosce più. La vera amicizia, secondo un proverbio siciliano, non è cosa facile: bisogna mangiare insieme tre tummini di sale prima che si possa parlare di reale condivisione.

E, argomento attualissimo, la nuova povertà, tratteggiata nell’omaggio a Enzo D’Agata (Puvirtà): prepariamoci poiché arriva in apparente benessere, come una malattia subdola e strisciante; la vera povertà era invece pulita e dignitosa, non essendo sostenuta dal desiderio di possedere, di apparire, di pavoneggiarsi, mentre ora si reputano indispensabili cose che non lo sono affatto.

Per questo occorrerebbe cambiare gioco (Cangia jocu), cancellare questa generazione di false coscienze, rinnovarle per non rassegnarsi sempre, accettando le apparenti verità (Mi dicìstiru) che ci vengono propinate in una reiterata violenza alla ragionevolezza e alle quali si può reagire solo brandendo la parola in una instancabile ricerca di senso.

Iù manìu i paroli /e mi nni fazzu scudu, ribadisce il poeta, così come proposto da  Domenico Seminerio nella prefazione a Jennuvinennu, seconda prova della trilogia, il quale aveva parlato di scudo e spada, espressione che mi fa venire in mente Martoglio, che adopera la stessa immagine a proposito del suo giornale, il D’artagnan:

 

Pri nui non c’è chiù porta sbarriata:

-Avanti, d’Artagnan, ca si’ lu scutu!

-Avanti, d’Artagnan, ca si’ la spata!

(A LU ME’ GIURNALI)

La sezione centrale, Sunteleya, è quella più breve ma forse più pregnante.

La stessa domanda, Signuri unni si’?,  che il poeta si poneva in Prijiera (Nudi e crudi), a metà tra grido e invocazione, compare qui in Quannu arrivi, connotata dall’eclissi di Dio che ha caratterizzato il ‘900, il secolo breve, come lo definisce Hobsbawm. Regole, divieti, rispetto e timore, sensi di colpa ingenerati da un  Dio che minaccia e punisce, che ha dato all’uomo l’illusione di un Nuovo Tempo, ma non ha poi realizzato le promesse. Il diavolo, invece, che ben conosce le debolezze umane, che sa approfittare delle zone d’ombra, si è insinuato in questo vuoto e ha potuto esercitare indisturbato il suo potere.

Ma se Dio non ci avesse fatti deboli, il male non avrebbe potuto prendere il sopravvento; se Dio fosse stato più presente, il diavolo non avrebbe potuto riempire di illusioni gli uomini. Ecco perché chi sbaglia può confidare nell’impunità, nella disattenzione di Dio (cu futti futti, ca Diu pirduna a tutti). Solo il poeta si accorge di questo? Ecco allora che la sensazione è quella di essere una pispisa sperduta su un atomo spaiato, sospeso in questo riflesso eterno: fragilità e impotenza, di fronte a uno scenario che confonde.

Ne A vilanza, di Pirandello e Martoglio, Saro di fronte al cadavere dell’amico esclama: Cca sugnu!… Non ti scantari, sugnu prontu!… 

Rinveniamo una inquietante analogia quando Patti, di fronte a una società agonizzante, esterna la sua denuncia, ma non si tira indietro, pronto alla lotta.

Del resto, il tempo è compiuto, i pianeti si stanno allineando e tutto prende una nuova direzione. Hyblaia, la dea della Terra, raduna i venti: è tempo che finisca il regno del nulla e cominci un’era nuova, una nuova età dell’oro, di unione e abbondanza. È ora di essiri sattavàti, è tempo cioè di ritrovare equilibrio e verità, di ricominciare daccapo. Il messia da attendere è però un uomo, non un dio, è un guerriero che, unendo la propria forza alla purezza di una vergine, darà origine a una nuova genia; si apriranno le porte a un moderno Umanesimo, un Rinascimento che muove i passi dall’arte, dove l’uomo torna al centro di tutto.

Le coscienze sane, che si rendono conto di ciò che sta accadendo, sono però incapaci di agire e questa consapevolezza genera avvilimento e dolore: ci si deve sempre piegare come le canne al vento, adeguarsi cioè supinamente senza reagire per poi risollevarsi quando tutto passa? È l’atavico atteggiamento del siciliano, assuefatto alle dominazioni e pertanto incapace di trovare in sé risorse ed energie o è piuttosto una forma atipica di furbizia, il camaleontico adattarsi al momento, aspettando tempi migliori? Si tratta quasi di un rovesciamento semantico dell’assunto gattopardiano per cui si cambia affinché nulla cambi: rimanere immobili invece, in attesa di un cambiamento sembra una tattica affinata nei secoli per garantirsi la sopravvivenza.

Poesia, amore, fantasia diventano sinonimi di ciò che di bello può riservare l’esistenza: ma la poesia è balsamo che non guarisce, che inebria di nulla e non risolve (Sugnu seriamenti prioccupatu). Anche l’amore, in questi tempi malati, è silenzio, un silenzio che si fa musica, difficile da comprendere. L’amore, appunto, che potrebbe salvare il mondo, non ha diritto di cittadinanza, è costretto a fuggire via (Menzamài). Allo stesso modo, la fantasia è obbligata  a cambiare Paese, non ha più un pubblico attento, solo un mendicante è disposto ad ascoltare. Vuol dire che solo gli animi semplici sono in grado di accettare e di capire?

La terza sezione si apre con Sdilliriu, in cui si può apprezzare l’espediente grafico di sfalsare i versi, con un occhio strizzato al lettore, compiacimento letterario che ci strappa un sorriso.

L’espressione A ppicca n’aviti… macari vuautri aviti figghi, che chiude la poesia Mi dicìstiru è dura e suona come un anatema: attenti a quello che fate, state facendo scempio del mondo, ma è proprio lo stesso che consegnerete ai vostri figli.

Figli ai quali, al contrario, il poeta sa benissimo cosa dire, quale lezione suggerire. In Curriti la corsa è metafora del vivere e presenta una serie di ostacoli che solo il coraggio può superare. Questa corsa ha per teatro Catania, con le sue Porta Uzeda, Porta Jaci, Porta Garibaldi.

Se all’inizio di questa lirica il poeta si rivolge a un generico uomo del mio tempo, di quasimodiana memoria, è poi nella propria realtà che si muove, nella città che altrove (Sdilliriu) viene descritta come fausa e buttana –e ritengo che solo chi ama possa dare giudizi del genere- una città perduta che ha tradito, perché si sognava diversa ed è densa piuttosto solo di promesse disattese. E ancora lo scorrere dei giorni, l’oppressione del quotidiano, con la sua monotona ripetitività, nell’attesa di un cambiamento, a volte solo agognato.

Per questo motivo l’esortazione da porgere alle generazioni future è quella di non arrendersi: imboccate la strada maestra, non fermatevi, non fatevi prendere in mezzo alle intemperie, agli impedimenti in cui è inevitabile inciampare, barriere di fuoco da saltare, e se la stanchezza vi sorprende, radunate le forze e ricominciate a lottare.

Curri figghiu miu…

Ora ca ti misi ô munnu

non ti fari pigghiari.

Fa’ bàttiri ddu cori ca ti desi

ìsili sti pedi e metticci l’ali…

 

La luce dei giorni chiari è la speranza, sempre presente in Patti, che infatti parla di sconfitta, non certo di fallimento:

A scunfitta è sapuri ca canusci

ma u fallimento, chiddu non t’apparteni

(Manca l’aria)

speranza che nemmeno gli avvenimenti odierni possono spegnere:

Ma tu

pensi ca…

televisioni, giurnali e bullittini

nni ponnu livari

di l’occhi

a luci

d’î jorna chiari?

(Ma tu)

dove forse l’unico  fallimento è solo la parola negata (Comu fazzu ad aviri pietà).

Stiamo a vedere, aspettando non si sa cosa… ma se il mondo non cambia nessuno cambia, e si continua a gridare parole all’aria che non c’è:

Di cangiari non si nni parra affattu

cangiari tu? Cangiari iddi?

U munnu non cangia e mancu tu u fai.

Perciò…

Aspittamu ca u tempu si sfrinzìa

e proprio l’aspittari t’arrizzetta

(Manca l’aria)

Di sicuro tutti noi siamo avviluppati in lacci, fili, vincoli che costringono a vivere ciò che non si vuole, e dai quali è difficile liberarsi. La madre come la terra: essere legati alla propria terra è quasi una condanna, ma se si deve lottare contro la vita, pur nell’andirivieni ripetitivo e inevitabile, si può trovare la forza di vincere:

Jennu e vinennu

avanti e arredi

cumu ‘n scravagghiu

ammenzu a stuppa

sugnu ancora cunvintu

di putiri vinciri a vita.

(Maliditti i fila)

Priparàti l’elencu, questo l’epilogo con cui l’autore ci congeda (Chiavìnu, e chiudu): è quasi un grido di guerra, ha un significato rivoluzionario, sovversivo, eversivo persino. Finito il tempo dell’attesa, occorre reagire, riprendere possesso della propria coscienza e della propria terra: il messaggio sotteso è forse prosaicamente “rimbocchiamoci le maniche, è ora di ricominciare”.

Questa silloge si presenta come una coraggiosa denuncia dei mali del nostro tempo, un grido di dolore e al tempo stesso di battaglia: una sveglia alle coscienze assopite, monito e incitamento, forte e spavalda come solo la parola del poeta può essere. Cca sugnu è pervaso da una sottile speranza, quella in una nuova alleanza, culminante nell’avvento di un uomo-guerriero, capace di rinnovare e di salvare.

Ironia e disincanto, pessimismo e fiducia, tutte le voci di Patti si rincorrono e si fondono armonicamente in una mai scontata unitarietà. Uno sguardo sui grandi temi dell’esistenza, dunque, che, nonostante il buio dei tempi odierni, ha una forza propositiva e lucida: ancora una volta si può credere che la poesia è in grado di cambiare il mondo.


CIRASI

Mag 31, 2012

CIRASI

U sacciu

ca i carcarazzi

si màncianu

i me’ cirasi

crisciuti ccu l’occhi

-ancora virdi e poi

vasuni russi

sfacciati

spinnicchiu d’amuri-

accussì è a vita

munnu ha statu

e munnu è

così va il mondo.


Per me

marzo 10, 2012

roş-încenuşatul pumnal

oricum în toate amintirile tale

   apune luna şi se-arată moartea

       cu coasa ei gotică,

             proscris al

           Himerei globulare

              perpetua bolgie

            a simulacrelor

    surogatelor înşelătoarelor

   forme sau umbre platonice,

 unde inima îţi va fi secţionată

 cu grăitorul roş-încenuşatul

                pumnal,

      chiar dacă versul genunii

       îţi însângerează fruntea

           nu vei înceta

       să crezi că poetul

          este ogarul

urmelor sacrului pe pământ,

     în absenţa căruia bezna

              va domni,

           regină absolută,

     peste sufletul omului….

                                                  si dedica a Gabriella Rossitto

   

 rosso-cinereo pugnale

comunque in tutti i tuoi ricordi

  cala la luna e sorge la morte

     con la sua falce gotica,

        proscritto della

      Chimera globulare

     perpetua bolgia dei

     simulacri surrogati

     ingannevoli forme

     od ombre platoniche,

      dove il tuo cuore

     verrà sezionato col

   parlante rosso-cinereo

      pugnale, anche se

      il verso dell’abisso

    t’insanguina la fronte

        non smetterai

          di credere

   che il poeta è il veltro

         delle orme

    del sacro sulla terra,

   in assenza del quale

     la tenebra regnerà

            da monarca

     sull’anima dell’uomo…

GEO VASILE

Grazie, Geo!

E’ vero, non smetterò mai di credere che la poesia può scacciare le tenebre…


Io la ricordo così…

febbraio 4, 2012

In fondo si tratta solo di un… ALTROVE

La stazione

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E’ avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto 
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.

WISLAWA SZYMBORSKA


Labbra di mille tenere parole

Mag 20, 2011

Venerdì 20 maggio, alle ore 19, presso l’Aula consiliare del Comune di Palagonia, ha avuto luogo la presentazione della nuova silloge poetica di Pippo Ximenes dal titolo “Labbra di mille tenere parole”.

L’evento è stato organizzato dall’Associazione culturale Accademia dei Palici, il cui Presidente, Salvo Grasso, ha moderato la serata.

Dopo i saluti istituzionali del vicesindaco dott.ssa Daniela Cunsolo,  Mariella Sudano ha recensito la raccolta poetica dell’autore. Giusi Colomba ha letto alcune poesie tratte dal libro. Tra i presenti il pittore Nunzio Pino e il poeta Enzo Salsetta.

La silloge Labbra di mille tenere parole ha il fascino di essere incontrata a qualsiasi altezza: non c’è ordine estrinseco come potrebbe farci credere la sequenza che nasce dall’impaginazione. Tale peculiarità pone il lettore né in anticipo né in ritardo rispetto ai contenuti cantati e il filo conduttore dell’intera raccolta ce lo suggerisce già il titolo: è di scena la parola  in tutta la sua valenza evocativa.

La silloge si declina attraverso parole amare o troppo tenere, che svaniscono nell’incanto di labbra socchiuse. Parole ammutolite. Parole capaci di accarezzare il silenzio o cucite e velate in controluce. Parole che abbandonano, parole vaghe e parole taciute, parole donate dagli occhi. E ancor di più: emerge la  Parola che irrompe in tutta la sua potenza generatrice, così come conclude la lirica Sia seme la parola:“Sia seme la parola al nulla e al tutto, e tu radice, pianta, fiore, frutto”.

Sulle ali degli angeli

 

L’ho sognato stanotte, le parole

mi abbandonavano volando via.

Quelle che mi donarono i tuoi occhi

le vedevo librarsi oltr’anche il cielo.

Non saprei dirti mai con quale grazia.

Sulle ali degli angeli.

La silloge si caratterizza attraverso due figure particolari: il vento, come elemento che ne determina il movimento, quasi a segnarne il ritmo e, la luna, come elemento di pausa, respiro ed estasi.

Interessantissima la lirica “Senza meta”, dove appare chiara l’esigenza della presenza necessaria di un elemento che rimanga fermo a bilanciare il movimento che si dipana nel verso opposto, quasi a garantire la sicurezza del ritorno verso un approdo sicuro. Potremmo immaginare la luna alla stregua di Penelope, di una Penelope che resta accanto pur nella sua lontananza fisica: immobile, immutabile in contrapposizione al viaggio senza meta, un viaggio che si snoda fra terre ignote e perdute.

Senza meta

 

Ti porto ancora in petto, mi è rimasta

solo la luna accanto in questa vasta

pianura che attraverso dopo avere

varcato lunghe vie di pietre nere

e deserti e ogni anfratto del creato.

Senza meta non so quanto ho vagato

per terre ignote e per mari lontani.

Ho imparato a sorridere ai gabbiani.

E nel viaggio che il poeta compie ad intra, paragona la vita alla sorte delle foglie caduche e bacate: a volte danzano, a volte restano immote. Interessante l’ossimoro: un gemere inerte di foglie, pienamente inserito ed esprimente il pensiero in forma paradigmatica, dove c’è un elemento che supera l’altro per intensità vitale e valore. Infatti, la poesia di Giuseppe Ximenes è attraversata da azioni che si mostrano nella loro alternanza: ce lo spiega la forte presenza di termini come languire, lambire, gemere e dall’altra il dirompente palpitare. Ci troviamo di fronte alla sintesi di un’intensa dialettica semantica. A questo proposito cito:

 

Danzi stanotte per la madre luna

 

Danzi stanotte per la madre luna.

L’ombra del fuoco che la luce bruna

del tuo corpo lambisce a tratti balza

dove lo sguardo avido più incalza.

All’ondeggiar dei veli trasparenze

vaghe, sapienti, languide movenze

cadenzate dal palpito del vento

che sento farsi spasimo, tormento

a spiegare le ali e andar lontano.

Inseguendo la scia della mia mano.

La silloge si muove fortemente al presente: una poesia che pur al presente, non tralascia di volgere lo sguardo con disincanto e nostalgia al passato che viene recuperato e mistificato nel ricordo.

Ricca di questi elementi è la lirica Passa la vita

Passa la vita, pochi ricordi

spogli, inservibili restano ai bordi

del tratto, l’ultimo che percorre

inerte, fuori dal tempo. Scorre

oltre i tuoi passi lievi danzanti,

sull’età verde. Selva d’incanti,

vaga di sogni nitida brilla

dentro i tuoi occhi d’ogni sua stilla.

E hai sulle labbra l’invito a berla

ancora in boccio, di rosa e perla.

 

Un passato ricco di “presenze” che oggi sono solo struggente lontananza o assenza quasi ingombrante: Su fantasmi d’amore e obliati adii a vegliare è rimasta la tua assenza.

Non solo, il poeta ci mostra anche un passato ricco di fiabe che oggi non ci sono più per sé:

Fiabe

 

Scarno inventario il mio, di righe e rughe.

Soli averi rimasti. Ogni mio altro bene

mi ha sottratto la vita e già s’appresta

a richiudere il cerchio. Vien la sera

e reca nel suo grembo dolci fiabe

per te, figlie dei miei sogni perduti

e di speranze ormai spose del vento.

Diversamente, quando la poesia si esprime al futuro, mostra la profonda dialettica fra la vita e la morte che attraversa il pensiero del poeta e usa termini come svanirò e morirò. Intensa la metafora che ci offre a questo punto: morirò per le lacrime dei gigli al tramonto. Ma, al contempo, si esprime con termini che svelano grande attaccamento alle dolcezze della vita: udrò il silenzio e sussurrerò il tuo nome a larve d’angeli.

Mille dolcezze

 

Mille dolcezze

dalle tue pupille

ruberò per stanotte,

le reclama

il mio avido cuore

ad una ad una

al vaglio

del suo palpito:

sarà

come sfogliare

petali di stelle.

La poesia di Giuseppe, come abbiamo potuto osservare, è una poesia che si muove sulle battute della dialettica: dove il gusto o l’esigenza di mettere in contrapposizione e in contraddizione apparente gli elementi fra loro, diventa la cifra personale del suo esprimersi.

Se da una parte è possibile estrapolare versi di grande passionalità e carnalità come: Ti fai tormento, croce, e fame e sete  come si legge “Nell’attimo di volo” e  a graffi e a morsi in “Fatalità”, dall’altra emergono versi che si stagliano in tutta la loro valenza estetica, tipica dell’art for art’s sake, quando si fa arte solo per il gusto di fare arte.

E in relazione a quanto detto, mi piace citare un verso che da solo vale l’intera silloge, di una bellezza e delicatezza straordinaria: Al fiorire di stille.

 

E come in ogni dialettica c’è il momento della sintesi: qui nascono versi che incarnano magnificamente elementi dalla forte passionalità ed erotismo insieme al valore estetico, quasi dandy, del verso: All’urlare del vento, anche stanotte il tuo seno è rifugio di gabbiani/ E nei tuoi occhi gemono i violini/ Sarà come sfogliare petali di stelle.

 

Per concludere, mi piace citare Heidegger, perché in un momento storico di parossismo sociale e di profonda crisi spirituale, così estrema perché rifiuta persino di riconoscersi, rimane una sola oasi: il linguaggio della poesia, per il quale le cose perdono il loro carattere pratico e strumentale e diventano segni divini, indici dell’Essere che le ricomprende. Il linguaggio non è opera dell’uomo, ma dell’Essere, e il poeta non fa che ascoltarlo.

E Labbra di mille tenere parole è il canto del poeta che s’è abbandonato alle cose placidamente, unico modo per avvertirne il mistero racchiuso.

Mariella Sudano


Ninfe & Kimere

Mag 8, 2011

NINFE & KIMERE

GEO VASILE

PRINCEPS EDIT

2010

Potremmo cominciare col dire che la lettura di Ninfe & Kimere non è facile, tutt’altro. Si tratta di un percorso impegnativo, per le tematiche e per la struttura, per il respiro di un tragitto che risulta spesso accidentato. Eppure questo non è un limite perché, come accade sovente  con le opere poetiche, si rendono necessarie più frequentazioni: leggere, ma poi rileggere e tornare a quei versi che ancora sapranno rivelarci qualcosa di nuovo.

Poesia dotta, colta, quella di Geo Vasile, densa di rimandi e citazioni, che riporta echi dalle Sacre Scritture e dal mito.

Il mito, soprattutto, come già il titolo ci induce a intuire, è l’architettura portante di questa silloge.

I nomi delle Ninfe adombrano certamente quelli delle ragazze alle quali i versi sono stati dedicati, fanciulle di campagna fino a un attimo prima e poi perdute in un vicolo cieco da cui non si può più evadere  (p. 79).

Tra le tematiche più rappresentate c’è il sesso (o, come precisa l’autore stesso, l’erotismo): incontri fortuiti, atti impuri, accoppiamenti di pura fisiologia, con il rito di apparente morte –in cui è facile ravvisare l’orgasmo- e invece non si parla di amore e questo sì, ci manca.

Forse non è abbastanza,  ma ci lasciamo sorprendere a tratti dallo slancio di leggeri anelli d’anima, nonostante incomba su tutto la squallida provincia universale, emblema di miseria, degrado, perdizione, laddove Bucarest diventa rappresentazione di qualsiasi grande città.

Ma, dicevamo, non c’è solo questo in Ninfe & Kimere, tra Don Chisciotte e Dulcinea, la Dorinda del Cavalier Guarini, la Bellezza di Baudelaire

odio il movimento

che sposta le linee

e mai piango e mai rido

(p. 25)

tra Foscolo e l’Ulisse di Dante,  Hölderlin e Courbet, Andrè Gide con Orfeo ed Euridice. Si potrebbe continuare, in un gioco di allusioni e rimandi, a volte criptico, e che solo l’autore sarebbe in grado di svelare (ma la poesia crediamo non vada mai spiegata del tutto).

Ciò che più sorprende, infatti, è la struttura circolare del poema, l’onda spiraliforme di autocitazioni che rimanda a sé in mille frammenti come in un gioco magico di specchi ( qualche esempio per tutti: p. 27 / p.101 – p.17 / 99 – p.23 / p.99 – p. 9 / 97 – p. 93 / 97 – pp. 7,9,11 / 95).

Magia senza tempo che è del mito, dunque, che incarna passioni e deliri apparentemente degli dei, ma in fin dei conti dell’uomo, mito preso a metafora dell’esistenza, descritta senza reticenze o pudori.

Uno sguardo disincantato che non disdegna alcun aspetto della vita, che scruta e indaga senza timore: l’erotismo, il degrado, la malattia,  il disfacimento, il senso della fine. Non ci sono aspetti di cui non sia lecito parlare. E del resto sono convinta che solo il poeta può permettersi di parlare di ogni cosa e come più gli aggrada.

Forse nella traduzione perdiamo la sonorità della lingua rumena, forse ritmo e musicalità vengono asserviti al recupero di senso, però la poesia di Vasile è ugualmente potente e vibrante, scarnifica e rade al suolo, senza alcuna concessione. Non si sfugge alla verità, come non si sfugge a se stessi.

Occhieggia la morte, con la sua falce gotica (p.103), ma c’è altrove un Dio-padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo nel segno del Perdono:

conoscere te è ardore

la meta della vita è avvicinarti

un pensiero alto quanto un

albero coglie il suono di luce

(p.97)

 

Ma, se hai imbrattato le tue angeliche ali, le tue bianche vele, se gli alberi della vita sono scortecciati, se è rimasto solo il silenzio e

ti è stata negata l’arca…

per salvare te

da te stesso

(p. 101)

dobbiamo desumere che non c’è speranza, che non esiste uno spiraglio di luce?

Non è una poesia rassicurante, quella di Vasile, non pacifica e non consola: è piuttosto la voce del dubbio e dell’inquietudine, è l’interrogarsi proprio dell’uomo e, nello specifico, del poeta. Quale salvezza, allora, se si abbraccia l’assioma che la

poesia non salva il

mondo nè l’uomo

(p. 85)

Eppure proprio la poesia può salvare il mondo e salvarci.

E se Vasile si chiede con  Hölderlin a cosa servano i poeti in tempi impoveriti, ci fornisce anche la semplice risposta, proprio perché il  poeta esprime il sacro sulla terra

in assenza del quale

la tenebra regnerà

da monarca

sull’anima dell’uomo

(p. 103)

e stolti saranno i tempi in cui la poesia non avrà casa.