POMERIGGIO CON L’AUTORE: Pippo Ximenes

marzo 26, 2012

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 LA POESIA DELL’ASSENZA

 

Se volessi cercare una definizione -con le gabbie che sappiamo possono edificare le definizioni- per la poesia di Pippo Ximenes, oserei parlare di “poesia dell’assenza”, delle cose irraggiungibili o perdute, dei ricordi più intensi sul far della sera. Poesie dove tutto è assenza, come dichiara il poeta stesso (Un cono d’ombra, da Il respiro del silenzio, p. 66).

La Poesia di Pippo è caratterizzata essenzialmente dalla musicalità, per me alla base di ogni percorso di ricerca. La musica di cui parlo è in prevalenza quella dell’endecasillabo, a volte del settenario e del novenario, è quindi la più fluida e classica. E si potrebbe pensare allora a una pesantezza del verso che lo infeltrisce e lo rende greve, a gabbie metriche, che piegano il significato e lo snaturano.

Questo però non accade. Le poesie di Ximenes sono brevi e intense, ricche di immagini, scorrono una dietro l’altra come armonia d’acqua, dolce e liquida.

Ci sono parole che insistite ritornano, quasi il poeta abbia necessità di declinarle in ogni sfaccettatura: sera, vento brezza, mare, funzionali alla costruzione di paesaggi della memoria, oasi struggenti del ricordo.

Da sottolineare anche la presenza di rime, spesso baciate, di enjambement, di sinestesie e di metafore ardite, in una scrittura matura e meditata.

Le tematiche che percorrono trasversalmente i volumi finora editi costituiscono un unico filo teso a dipanare inquietudine e domande sull’esistenza: l’amore, gli affetti familiari, la solitudine, la memoria, la vita e la morte, e poi la vita di paese, il tempo, la riflessione sulla parola.

Il volto del presente, la prima silloge pubblicata da Giuseppe Ximenes, presenta temi eterogenei: la partenza di un soldato che saluta l’amata (Soldato, p.8), la quiete sonnolenta del paese, sfiorata appena da un alito di brezza (Un sonno quieto, p. 9), mentre si sopravvive a se stessi e i ricordi vanno ammuffendo come molliche  (Molliche, p. 11).

Il poeta è colui che sa rintracciare nelle cose il dolore, ma fa poi di seta i propri versi, perché distilla con sapienza la sofferenza del mondo e ne fa musica (Conosce un solo modo chi è poeta, p. 23).

E poi la morte senza preavviso (Schianto, p.25) e l’attesa di essa (Fuori dalla vita, p. 42), come avviene nell’ultima fase della vita, in cui un vecchio guarda il mare, sapendo che non vi è null’altro da attendere (Un vecchio, p.30).

Le parole non dette ( Invito, p.26; Nubi, p.31)  diventano più grevi e invadenti di quelle espresse:

Lasciammo cadere il discorso

ma a lungo rimase nell’aria

quell’ultima parola che ancora

reclama di essere detta.

(L’ultima parola, p.28)

E, disincantato e consapevole,  lo sguardo sul degrado, in una fame d’amore che niente può saziare, perché niente in fondo può colmare il vuoto (Ritorno qui a vagare nel degrado, p. 48; Corriera, p. 49; Sesso a ore, lassù le vecchie scale, p.50).

In assoluto il tema dominante, il più denso di significati, è quello della madre:

Vado incontro a una sorte

foriera di rovine,

fra dense ombre contorte

già intravedo il confine:

di là c’è la tua morte

e di qua la mia fine.

(A mia madre, p. 45)

Tema che torna anche ne Alla madre inferma, p.37; Il volto del presente, p. 51; e forse anche in Dormiveglia, p. 54 e  ne L’odore dei tuoi anni, p. 60.

Ne Il respiro del silenzio, la seconda prova del nostro poeta, preponderante è ancora la presenza della madre, manca il suo abbraccio, che saprebbe contenere e comprendere il dolore, fino a trasformarlo:

Non sarebbero nulla queste lacrime

se ancora, madre mia, ti avessi accanto,

come un tempo stringendomi al tuo petto

non staresti a cercare le parole:

ti basterebbe l’ombra di un sorriso

per farle diventare foglie secche.

(Come un tempo, p.14)

La casa ne respira l’assenza, nelle stanze aleggia uno sguardo, e più intensa e dolorosa si avverte la sua mancanza nel silenzio della sera:

mi aggiro per le stanze e su ogni cosa

sembra si avverta l’ombra del tuo sguardo

(da Nell’aria, p.17)

A questa fa da corollario Nel buio, p.18, in cui la notte di grida inudite accentua lo struggimento, ricorrente in Scorrendo lentamente, p.19, e inQuelle parole, p.21, in cui il silenzio è lutto esso stesso.

Altro tema è quello del tempo che scorre inesorabile, che è disincanto, terra di mezzo ostile e brulla, protesa verso un niente sostenuto dalle illusioni (Il tempo che mi resta, p.29).

La vita stessa può essere avvertita come un susseguirsi di giorni vuoti e uguali, dei quali estenua la lentezza, come se si fosse per sempre in attesa della vita vera:

Spesso è soltanto un lento susseguirsi

di giorni vuoti e uguali, esso ci estenua

e a tratti sembra quasi sopraffarci;

ogni volta subiamo il suo trascorrere

nell’attesa legittima di vivere.

(Attesa di vivere, p.26)

o raffigurata come un fiume in piena, in cui la corrente trascina via (Corrente, p.50).

A rendere intensa la tristezza intervengono  le voci care che tornano dall’oblio, da remote lontananze, ma sono uguali al ricordo del mare dentro una conchiglia:

 

Accade che dal più profondo oblio

riemergano talvolta voci un tempo

pur care, le odi appena e le confondi.

È come quando ascolti una conchiglia:

senti remoti gli echi di onde morte.

(Voci, p.35)

Solitudine e silenzio si fanno presenze ingombranti che la notte rende più vivide, concreti compagni cui ci si è assuefatti  (Stand-by, p.37).

Sempre presente poi la Musa ispiratrice, colei/coloro in grado di accendere versi, di trasformare pensieri vaghi in parole, l’amore in senso alto, la dea-poesia che si china a sfiorare il volto e innesca il processo creativo (Alla mia Musa, p. 49).

Così le parole sono dentro gli occhi dell’amata, e solo un suo sguardo può riaccendere la poesia  (Nei tuoi occhi, p.55),  oppure si trovano nel sorriso di lei, la sola capace di destare dal sonno le parole per trasformarle in canto  (A un tuo sorriso, da Nel cuore di una rosa, p. 35) e sono parole, quelle poetiche, da lasciare in dono, in pegno per colmare l’assenza, che dimoreranno sulle labbra dell’amata come baci (Arrivederci, p. 57) anche dopo, quando le parole sostengono il ricordo perché gli occhi dei poeti è nel cuore che hanno le radici (Quando verrai, p.63).

 

Nel cuore di una rosa ci regala altre belle immagini sulla madre, attraverso gli oggetti che ne restituiscono la parvenza:

Sfioro gli oggetti, vago per la stanza,

qui l’ombra di mia madre ancora avanza

curva e lenta; si accosta alla finestra.

Fuori la vita odora di ginestra.

(da La camera dei sogni, p. 26)

e la sua assenza fa dei giorni foglie secche annerite  (Senza te, p.60).

Troviamo spesso la contrapposizione luce/ombra e, nell’ultima silloge, Nel cuore di una rosa, un altro binomio interessante, cuore/parola (per il primo sostantivo 15 e per il secondo 18 occorrenze circa), perché il poeta indaga sulla parola senza perdere mai di vista il sentimento che la nutre e la evoca.

Si evocano anche qui le Muse, che visitano il poeta in sogno per donargli la poesia  (Mi visitano in sogno, p.9)  e sono ancor più presenti le stagioni, ma del cuore più che della natura.

Labbra di mille tenere parole, ultima silloge in ordine di tempo, ci ripropone la natura come sfondo ai sentimenti; i mutamenti stagionali accompagnano le riflessioni sui temi costantemente indagati dal nostro autore: il tempo, l’assenza, i ricordi, l’amore.

Riemergono la contrapposizione luce/ombra e alcuni inscindibili binomi: vento-foglie, luna-stelle, solitudine-silenzio.

Densa e dolente anche qui la presenza/assenza della madre, particolarmente intensa nella lirica che dà il titolo al libro, Labbra di mille tenere parole  (p. 41)

S’inerpica tenace il gelsomino,

lambisce già il balcone, nel mattino

lievi oltre l’uscio danzano le tende

che la luce dell’autunno fende.

A un pio riflesso, diafana parvenza,

furtivo velo d’ombre in dissolvenza,

andare sembri ancor di stanza in stanza,

mia sola mai sopita rimembranza.

Malia di sguardi un tempo, odor di viole,

labbra di mille tenere parole.

 

Anche In passi lenti, p.29 ci presenta gli oggetti lasciati sul comò in un gesto d’amore che testimoniano la loro appartenenza, e sono le stanze stesse che trasudano ricordi (p. 13).

Ma su tutto emerge, come sempre, la parola, la parola come seme al nulla e al tutto (Sia seme la parola p. 3), e mentre il poeta si chiede se sia tempo di parole (Il sonno della luce, p. 28), ne ravvisa la necessità in un rapporto d’amore:

Fra noi

adesso c’è bisogno di parole

che accarezzino tenere il silenzio

 

(Parole, p. 14)

Le parole aleggiano, affiorano ovunque, che siano dolci (p.33) o vuote (p.30), rade parole scarne (p.27) o troppo tenere (p.9), o parole velate in controluce (p.15).

Il poeta diviene un fine cesellatore, un orafo che incastona le parole come pietre preziose, addolcendole di miele nelle notti di veglia, trasformando la miseria in luce:

Per te cesello versi senza fine,

incastono parole ad una ad una

con paziente perizia in lunghe notti

di veglia cospargendone di miele

ogni sillaba. Al palpito del cuore

per donar loro un’anima e la luce

attingo alle mie scorte di miseria.

 

(Al palpito del cuore p.16)

C’è una brezza, dunque, un vento, ed è vento di mare, che percorre tutta la produzione di Ximenes. È il vento insinuante dei ricordi, uno struggimento dolente, amaro a tratti.

La vera poesia è quella che lascia dentro ognuno di noi qualcosa di indefinito ma di profondo, perché mai  la poesia può essere spiegata a fondo, e le emozioni non hanno alcun bisogno di essere tradotte.

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Incontro con il poeta Pippo Ximenes

marzo 23, 2012

 

lunedì  26 marzo 2012

ore 17.30

Castello di Leucatia

v.Leucatia 68

Catania

in collaborazione  con la Biblioteca “R. Livatino”

                                                                 

Un pomeriggio col poeta

  GIUSEPPE XIMENES

 

                                                                                                                        Relatrice Gabriella Rossitto

                                                                                                                           Introduce Santo Privitera


Incontro con il poeta Pippo Ximenes

marzo 16, 2012

LUNEDI’  26 marzo 2012

ore 17.30

Castello di Leucatia (v.Leucatia 68-CT)

in collaborazione  con la Biblioteca “R. Livatino”

                                                                  Un pomeriggio col poeta

 

  GIUSEPPE XIMENES

                                                                                                                        Relatrice Gabriella Rossitto

                                                                                                                           Introduce Santo Privitera


Labbra di mille tenere parole

maggio 20, 2011

Venerdì 20 maggio, alle ore 19, presso l’Aula consiliare del Comune di Palagonia, ha avuto luogo la presentazione della nuova silloge poetica di Pippo Ximenes dal titolo “Labbra di mille tenere parole”.

L’evento è stato organizzato dall’Associazione culturale Accademia dei Palici, il cui Presidente, Salvo Grasso, ha moderato la serata.

Dopo i saluti istituzionali del vicesindaco dott.ssa Daniela Cunsolo,  Mariella Sudano ha recensito la raccolta poetica dell’autore. Giusi Colomba ha letto alcune poesie tratte dal libro. Tra i presenti il pittore Nunzio Pino e il poeta Enzo Salsetta.

La silloge Labbra di mille tenere parole ha il fascino di essere incontrata a qualsiasi altezza: non c’è ordine estrinseco come potrebbe farci credere la sequenza che nasce dall’impaginazione. Tale peculiarità pone il lettore né in anticipo né in ritardo rispetto ai contenuti cantati e il filo conduttore dell’intera raccolta ce lo suggerisce già il titolo: è di scena la parola  in tutta la sua valenza evocativa.

La silloge si declina attraverso parole amare o troppo tenere, che svaniscono nell’incanto di labbra socchiuse. Parole ammutolite. Parole capaci di accarezzare il silenzio o cucite e velate in controluce. Parole che abbandonano, parole vaghe e parole taciute, parole donate dagli occhi. E ancor di più: emerge la  Parola che irrompe in tutta la sua potenza generatrice, così come conclude la lirica Sia seme la parola:“Sia seme la parola al nulla e al tutto, e tu radice, pianta, fiore, frutto”.

Sulle ali degli angeli

 

L’ho sognato stanotte, le parole

mi abbandonavano volando via.

Quelle che mi donarono i tuoi occhi

le vedevo librarsi oltr’anche il cielo.

Non saprei dirti mai con quale grazia.

Sulle ali degli angeli.

La silloge si caratterizza attraverso due figure particolari: il vento, come elemento che ne determina il movimento, quasi a segnarne il ritmo e, la luna, come elemento di pausa, respiro ed estasi.

Interessantissima la lirica “Senza meta”, dove appare chiara l’esigenza della presenza necessaria di un elemento che rimanga fermo a bilanciare il movimento che si dipana nel verso opposto, quasi a garantire la sicurezza del ritorno verso un approdo sicuro. Potremmo immaginare la luna alla stregua di Penelope, di una Penelope che resta accanto pur nella sua lontananza fisica: immobile, immutabile in contrapposizione al viaggio senza meta, un viaggio che si snoda fra terre ignote e perdute.

Senza meta

 

Ti porto ancora in petto, mi è rimasta

solo la luna accanto in questa vasta

pianura che attraverso dopo avere

varcato lunghe vie di pietre nere

e deserti e ogni anfratto del creato.

Senza meta non so quanto ho vagato

per terre ignote e per mari lontani.

Ho imparato a sorridere ai gabbiani.

E nel viaggio che il poeta compie ad intra, paragona la vita alla sorte delle foglie caduche e bacate: a volte danzano, a volte restano immote. Interessante l’ossimoro: un gemere inerte di foglie, pienamente inserito ed esprimente il pensiero in forma paradigmatica, dove c’è un elemento che supera l’altro per intensità vitale e valore. Infatti, la poesia di Giuseppe Ximenes è attraversata da azioni che si mostrano nella loro alternanza: ce lo spiega la forte presenza di termini come languire, lambire, gemere e dall’altra il dirompente palpitare. Ci troviamo di fronte alla sintesi di un’intensa dialettica semantica. A questo proposito cito:

 

Danzi stanotte per la madre luna

 

Danzi stanotte per la madre luna.

L’ombra del fuoco che la luce bruna

del tuo corpo lambisce a tratti balza

dove lo sguardo avido più incalza.

All’ondeggiar dei veli trasparenze

vaghe, sapienti, languide movenze

cadenzate dal palpito del vento

che sento farsi spasimo, tormento

a spiegare le ali e andar lontano.

Inseguendo la scia della mia mano.

La silloge si muove fortemente al presente: una poesia che pur al presente, non tralascia di volgere lo sguardo con disincanto e nostalgia al passato che viene recuperato e mistificato nel ricordo.

Ricca di questi elementi è la lirica Passa la vita

Passa la vita, pochi ricordi

spogli, inservibili restano ai bordi

del tratto, l’ultimo che percorre

inerte, fuori dal tempo. Scorre

oltre i tuoi passi lievi danzanti,

sull’età verde. Selva d’incanti,

vaga di sogni nitida brilla

dentro i tuoi occhi d’ogni sua stilla.

E hai sulle labbra l’invito a berla

ancora in boccio, di rosa e perla.

 

Un passato ricco di “presenze” che oggi sono solo struggente lontananza o assenza quasi ingombrante: Su fantasmi d’amore e obliati adii a vegliare è rimasta la tua assenza.

Non solo, il poeta ci mostra anche un passato ricco di fiabe che oggi non ci sono più per sé:

Fiabe

 

Scarno inventario il mio, di righe e rughe.

Soli averi rimasti. Ogni mio altro bene

mi ha sottratto la vita e già s’appresta

a richiudere il cerchio. Vien la sera

e reca nel suo grembo dolci fiabe

per te, figlie dei miei sogni perduti

e di speranze ormai spose del vento.

Diversamente, quando la poesia si esprime al futuro, mostra la profonda dialettica fra la vita e la morte che attraversa il pensiero del poeta e usa termini come svanirò e morirò. Intensa la metafora che ci offre a questo punto: morirò per le lacrime dei gigli al tramonto. Ma, al contempo, si esprime con termini che svelano grande attaccamento alle dolcezze della vita: udrò il silenzio e sussurrerò il tuo nome a larve d’angeli.

Mille dolcezze

 

Mille dolcezze

dalle tue pupille

ruberò per stanotte,

le reclama

il mio avido cuore

ad una ad una

al vaglio

del suo palpito:

sarà

come sfogliare

petali di stelle.

La poesia di Giuseppe, come abbiamo potuto osservare, è una poesia che si muove sulle battute della dialettica: dove il gusto o l’esigenza di mettere in contrapposizione e in contraddizione apparente gli elementi fra loro, diventa la cifra personale del suo esprimersi.

Se da una parte è possibile estrapolare versi di grande passionalità e carnalità come: Ti fai tormento, croce, e fame e sete  come si legge “Nell’attimo di volo” e  a graffi e a morsi in “Fatalità”, dall’altra emergono versi che si stagliano in tutta la loro valenza estetica, tipica dell’art for art’s sake, quando si fa arte solo per il gusto di fare arte.

E in relazione a quanto detto, mi piace citare un verso che da solo vale l’intera silloge, di una bellezza e delicatezza straordinaria: Al fiorire di stille.

 

E come in ogni dialettica c’è il momento della sintesi: qui nascono versi che incarnano magnificamente elementi dalla forte passionalità ed erotismo insieme al valore estetico, quasi dandy, del verso: All’urlare del vento, anche stanotte il tuo seno è rifugio di gabbiani/ E nei tuoi occhi gemono i violini/ Sarà come sfogliare petali di stelle.

 

Per concludere, mi piace citare Heidegger, perché in un momento storico di parossismo sociale e di profonda crisi spirituale, così estrema perché rifiuta persino di riconoscersi, rimane una sola oasi: il linguaggio della poesia, per il quale le cose perdono il loro carattere pratico e strumentale e diventano segni divini, indici dell’Essere che le ricomprende. Il linguaggio non è opera dell’uomo, ma dell’Essere, e il poeta non fa che ascoltarlo.

E Labbra di mille tenere parole è il canto del poeta che s’è abbandonato alle cose placidamente, unico modo per avvertirne il mistero racchiuso.

Mariella Sudano


Presentazione di Russània a Palagonia

febbraio 9, 2011

 

 

Sabato 5 febbraio , alle ore 18.30, presso l’Aula consiliare del Comune di Palagonia, ha avuto luogo la presentazione di Russània, la silloge dialettale di Gabriella Rossitto vincitrice dell’ottava edizione del Premio Martoglio.

La moderatrice della serata, Mariella Sudano, ha salutato gli intervenuti e presentato gli ospiti della serata. Dopo i saluti istituzionali dell’assessore alla cultura di Grotte, geom. Salvatore Rizzo, e del vicesindaco di Palagonia, dott.ssa Daniela Cunsolo, ha preso la parola il Presidente del Premio Martoglio, Aristotele Cuffaro, per ribadire il valore della cultura siciliana e presentare l’edizione 2011 del Premio.

Il poeta Pippo Ximenes ha poi affrontato le tematiche presenti nella raccolta, sottolineando la modernità nell’uso del dialetto, pur nel recupero della tradizione sul piano linguistico.

Si sono poi succeduti gli interventi del dott. Liotta, curatore delle edizioni Medinova, e del poeta Fabio Messina, che ha analizzato alcuni aspetti dell’opera. Erano presenti i poeti Pippo Di Noto e Giovanna Vindigni.

L’autrice stessa ha letto alcune poesie tratte dalla silloge.

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Un ringraziamento personale a tutti colori che hanno contribuito all’esito della serata

 


Leggendo “Nel cuore di una rosa”

ottobre 10, 2009

 

PAGINA BIANCA

 

Spesso avvolto da mille nubi cupe

sto in bilico sull’orlo di una rupe,

sotto, un immoto, puro oceano splende:

è la pagina bianca che mi attende.

Senza vederle inebetito fisso

le parole sepolte nell’abisso.

 

PIPPO XIMENES

 

giova

 

E questi endecasillabi sono per te, in nome della nostra antica amicizia.

 

LE MUSE DANZANTI

 

Le Muse hanno ali di farfalla

si celano in misteri provocanti

fulgore d’occhi che non sa la notte

aridi suoli solcano danzando

in una scia di luce settembrina

trafiggono il mio cuore di bellezza

altere ed intoccabili le Muse.

 

 

 


NEL CUORE DI UNA ROSA

ottobre 10, 2009


 

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Giovedì 8 ottobre 2009 alle ore  18.30 nella  Sala Consiliare del Palazzo Municipale di    Palagonia, ha avuto luogo la presentazione della terza silloge di poesia di Giuseppe Ximenes, “NEL CUORE DI UNA ROSA”, a cura dell’associazione AMEDIT, Amici del Mediterraneo.

Erano presenti l’Assessore alle Attività Culturali Salvatore Salerno, il critico letterario Angelo Scandurra,  l’Autore Giuseppe Ximenes. 

Ha condotto la serata Giuseppe Maggiore, presidente dell’Amedit.

Hanno declamato brani scelti Luciana Gulinello e Raffaele Panebianco, il quale in coda ha anche proposto una canzone di Vincenzo Spampinato dal titolo “Veni cca”.

Coordinatori della serata  Gianluca Terranova e Cristina Morzicato.