DARK SHADOWS

maggio 26, 2012

Ancora una volta mi ritrovo sola con Jonnhy (nascerà qualcosa tra noi?).

Ma stavolta lui è diretto da Tim Burton, un folle visionario, di certo geniale. E,  stranamente, il Depp più credibile è proprio quello “ai confini della realtà”, caricato, eccessivo e in una sola parola straordinario.

Così come risulta inverosimile in ruoli ordinari (penso a The Tourist), è perfetto nel delineare personaggi che si muovono in un qualsiasi oltre: Edward mani di forbice, ovviamente, ma anche il barbiere di sangue Sweeney Todd, il Cappellaio Matto e Willy Wonka come Jack Sparrow, il dolente conte di Rochester di The Libertine, per risalire all’indietro fino a Donnie Brasco, divenuto ormai un cult (il perché continuiamo a ignorarlo, ma poco importa).

Una cosa singolare, che non interessa a nessuno, ovviamente, ma che sta nell’immaginario di Gabriella come il classico fagiolo: sto rileggendo (cosa non abituale) Cuori in Atlantide, del mio amato King, e mentre esce questo film, cosa trovo a pag. 426?

“Era in pratica la sala della televisione, che si riempiva soprattutto il fine settimana per gli avvenimenti sportivi e, nei giorni feriali, per una soap opera vampiresca intitolata Dark Shadows  […] “.

E io non vado a vedere il film?

Dunque, per due ore di semplice divertimento, senza tortuose domande esistenziali, benvenuta l’ironia -e le pallide polpose guanciotte di Barnabas Collins.

Per qualche notizia sulla serie TV Dark Shadows:

http://it.wikipedia.org/wiki/Dark_Shadows

Per chi volesse ripercorrere la filmografia di Johnny Depp:

http://it.cinema.yahoo.com/artisti/d/johnny-depp/filmografia-105041.html

Per la filmografia di Tim Burton:

http://it.cinema.yahoo.com/artisti/b/tim-burton/filmografia-104516.html


The Dome

dicembre 11, 2011

 

 

Come sempre le tematiche sono tante, ma prenderò in esame solo qualche spunto.

La lotta tra il bene e il male è certo un tema ricorrente in letteratura, ma anche nella produzione di King troviamo infiniti esempi: potrei citare senza difficoltà quasi tutti i suoi romanzi, dove il male cambia nome e forma, ma non natura: alieni, forze oscure, fantasmi, vampiri, o semplicemente il coagularsi della follia dentro di sé, non importa, c’è sempre un bersaglio contro cui indirizzare le proprie energie, per salvare il mondo, per salvarsi.

In particolare, però, lo stesso meccanismo, sostenuto dal contrasto di un  fuori con un dentro, il pericolo e la paura a confrontarsi, ritroviamo in La nebbia, racconto contenuto nella raccolta Scheletri(Skeleton Crew).

Nel supermercato la convivenza forzata fa degenerare velocemente la situazione: il predicatore trascina le folle, brandendo il male e la colpa, in cerca del capro espiatorio, del sacrificio supremo che possa dare salvezza.

“”Morirete tutti là fuori! Non avete capito che la fine del mondo è arrivata? I demoni sono stati sguinzagliati! La Stella dell’Assenzio risplende e chiunque di voi oltrepassi quella porta verrà sbranato! E loro verranno a prendere quelli di noi che sono rimasti proprio come ha detto questa buona donna! Volete voi che ciò avvenga?” (The mist, pag. 110).

E quanto simile è questa solerte signora Carmody a qualsiasi capopopolo che arringa una folla spaventata e confusa?

Allo stesso modo, due fazioni, battisti e cattolici, compaiono anche in Cose preziose, quando la città, in preda alla follia, succube della presenza demoniaca, si spezza in due parti che si rivoltano l’una contro l’altra nello scontro finale.

“Ormai quel tratto del viale era un groviglio di esseri urlanti che si affrontavano a mani nude picchiando e strappando. Inciampavano gli uni negli altri, scivolavano nella pioggia, si rialzavano, menavano colpi alla cieca e ne ricevevano in cambio. Nei lampi accecanti sembrava che fosse in corso una strana danza, in cui si richiedeva di scaraventare il partner contro l’albero più vicino, invece di fargli eseguire una piroetta, o affondargli una ginocchiata all’inguine invece di spiccare un saltello” Needful Things, pag. 692).

E adesso torniamo a The Dome.

“La marmotta trottava sgraziata sul ciglio della Route 119 diretta a Chester’s Mill, anche se l’abitato distava ancora più di due chilometri e persino le auto usate di Jim Rennie erano solo una serie di luccichii disposti in file in un punto in cui la strada girava a sinistra. Aveva in programma ( per quanto possano programmare qualcosa le marmotte) di rituffarsi nel bosco molto prima di arrivare laggiù. Al momento però il ciglio andava bene. Si era allontanata dalla tana più di quanto avesse voluto, ma il sole era caldo sulla schiena e gli odori le sfrigolavano nel naso formando nel suo cervello immagini rudimentali che non erano proprio figure.

Si fermò e per un istante si drizzò sulle zampe posteriori. Gli occhi non erano più quelli di una volta, ma ci vedeva abbastanza bene da distinguere poco distante un umano che veniva verso di lei sul ciglio opposto.

Decise che sarebbe andata lo stesso un po’ più avanti. Alle volte gli umani lasciavano indietro cose buone da mangiare.

Era vecchia e grassa. Aveva razziato un buon numero di bidoni della spazzatura nella sua lunga vita e conosceva la via per la discarica di Chester’s Mill bene quanto le tre gallerie della sua tana; sempre cose buone da mangiare alla discarica. Ondeggiò soddisfatta tenendo d’occhio l’umano che sopraggiungeva sull’altro lato della strada.

L’uomo si fermò. La marmotta capì di essere stata vista. Alla sua destra e poco più avanti c’era una betulla caduta. Si sarebbe nascosta là sotto, avrebbe aspettato che l’uomo passasse, poi sarebbe andata a vedere se fosse rimasto in giro qualcosa di gustoso da…

Arrivò fin lì nei suoi ragionamenti -e compì altri tre passi dondolanti- anche se era stata tagliata in due. Poi cadde spezzata sul bordo della strada. Il sangue sprizzò e pompò; le viscere si rovesciarono sul terreno; le zampe posteriori scalciarono rapide due volte, poi si fermarono.

Il suo ultimo pensiero prima del buio che ci accoglie tutti, marmotte e umani, fu: Cos’è stato? (Under The Dome, pag. 3).

 

Tutto il romanzo si può condensare in quest’immagine (che trovo tra l’altro spaventosamente simile a Big Jim Rennie) di qualcosa che, senza alcun preavviso, si spacca a metà, mentre un equilibrio che sembrava stabile si incrina rendendo tutto inutile e vacuo.

Voi provate a chiedervi se siete dal lato giusto della Cupola, quello in cui l’autunno colora le foglie con le sfumature che ci stupiscono, quello in cui la luna e le stelle non sono di un inquietante fucsia, in cui Halloween non è un rogo impietoso, e in cui l’aria è fresca e buona da respirare e sa ricordarci quanto è indispensabile.

Un romanzo corale che descrive lo scivolare inevitabile di una società verso l’implosione: l’uomo è tendenzialmente proteso verso l’autodistruzione?

La cattiveria, la malvagità, il potere deflagrano facilmente in una comunità isolata: sono più forti o semplicemente si corre in maniera più spedita verso la tragedia?

E se Jim Rennie è l’incarnazione del male, che dire di Junior (potremmo giustificare la sua furia omicida con il glioma che gli divora il cervello), e che dire di Carter Thibodeau, disposto a tutto pur di respirare il potere da vicino e pur di respirare poi semplicemente aria.

La fine di Big Jim Rennie è una Nemesi inevitabile, in fondo muore per mano delle sue stesse vittime, che lo attorniano nel momento finale.

Pochi i superstiti dopo l’olocausto: anche Barbie, l’eroe-non eroe che ha trascorso 350 pagine in galera, sperimenta su sé le angherie che ha inflitto ad altri in Iraq.

E durante l’assalto al Food City vediamo

“…la bestia sregolata e insensata che può levarsi quando una folla impaurita viene provocata” ( Under The Dome, p.439).

Il formicaio sotto la lente di ingrandimento mostra il peggio di sé: paura panico e un’inutile fuga da se stessi. Ci viene in mente Il signore delle mosche, libro che evidentemente King ama (lo troviamo in Cuori in Atlantide).

E infine la malvagità senza compiacimento che è propria dei bambini, non importa se umani o alieni: chi di noi non ha -oh, ben nascosto sotto il tappeto- un episodio di stoltezza risalente all’infanzia? Un lombrico che si contorce nell’acqua ragia, una tana soffocata dal terriccio, un topo impazzito dentro la trappola… e il nostro sguardo che li sovrasta, con la freddezza e il distacco di uno scienziato che segue gli ultimi insulsi movimenti della sua cavia.

The Dome è un’allegoria, anche troppo scoperta, del pianeta Terra, le cui formiche non sanno, o fingono ancora di ignorare, quale sarà l’inevitabile fine a conclusione dello scempio.

La prevaricazione che da sempre governa il mondo alla fine lo distruggerà.

Qualcuno si è mai domandato cosa pensano le formiche? che valore abbiano le loro piccole vite?

I bulli, avvolti nella spessa coltre della loro alessitimia, non si chiedono cosa prova l’inerme vittima sacrificale al centro del cerchio di stoltezza. Eppure ciascuno è piccolo per qualcun altro, è più a Sud di qualcos’altro,  è sotto l’impietoso microscopio manovrato da altri.

Basterebbe soffermarsi un attimo su questo semplice pensiero e avere come legge per sé poche parole “ non fare agli altri…”

Non importa se all’ultimo minuto si immagina Dio o altra entità o un rassicurante nulla.

Noi siamo qui, ora, con le nostre piccole vite, degne comunque di essere vissute. Per noi.

Se volete approfondire la tematica:

 

 

http://spazioinwind.libero.it/rfiorib/lettura/king.htm


Ancora a proposito di King

novembre 30, 2011

 

I PERSONAGGI

Essendo una dichiarata, inguaribile (che meravigliosa malattia!) king-addicted, potreste pensare che, come ogni innamorato, non veda i difetti.

Non è così, sono molto critica, e oggettiva. Spesso ho chiuso un libro di King con la sensazione di qualcosa di stonato, a volte gli epiloghi mi hanno lasciato l’amaro in bocca, ho colto sbavature e incongruenze… ma, proprio come gli innamorati ho capito che faceva parte del “pacchetto”. La perfezione non esiste, anche se la si persegue costantemente. Le storie ci sono, e ti prendono. Vorrei soffermarmi però sulla caratterizzazione dei personaggi. Ti restano addosso per anni, puoi dimenticarne il nome, l’aspetto, ma sono lì, potenti e incancellabili. Finisci il romanzo e ti restano a fianco, e continui a pensarci… non è che mi capiti con tanti altri autori –e certamente non frequento solo King, anche perché avendo letto l’opera omnia o quasi (mi manca solo la saga della Torre nera), dovrei aspettare un paio d’anni per leggere un libro.

Qualche esempio, magari insufficiente.

 

CUORI IN ATLANTIDE

Liz, la madre di Bobby Garfield, , dolente e buffa, perdente, incapace di amare, o comunque di dimostrare amore.

 

LA STORIA DI LISEY

Lisey Debusher e il suo amore per Scott, che travalica tempo e spazio, che va oltre la morte, la follia e la ragione.

 

COSE PREZIOSE

Leland Gaunt, che conosce i più reconditi desideri e segreti delle sue ignare/compiacenti vittime, nella Castle Rock che conosciamo bene, assieme al piccolo Brian con le sue figurine e a Polly Chalmers con la sua devastante artrite reumatoide.

 

L’ACCHIAPPASOGNI

Ancora la città di Derry per quattro amici uniti per sempre. Si potranno trovare discutibili le “donnole maledette” (definite così da Thabita King), ma mai si potrà dimenticare il rapporto forte e indissolubile che lega Jonesy, Henry, Beav e Pete attorno alla figura tratteggiata senza facile pietismo di Dudditts, Douglas Cavell, un ragazzo down salvato dal branco.

Il protagonista, passando a Derry nota un monumento alla memoria dei bambini uccisi, firmato con affetto dai “Perdenti” ma imbrattato da una scritta di vernice rossa che dice: “PENNYWISE VIVE!”

IT E I SETTE PERDENTI

Ancora un rapporto d’amicizia, che resiste al tempo. Sette ragazzi legati da un terribile segreto, impegnati in una missione più grande di loro.

 

DOLORES CLAIBORNE, con  il ricorrente tema dell’incesto.

 

ROSE MADDER, un incipit inquietante e forte come un pugno nello stomaco, violenza sublimata da una scrittura potente.

 

Jack Torrence in SHINING

 

MISERY NON DEVE MORIRE

Lo scrittore Paul Sheldon e l’ossessione di Annie Wilkes per il personaggio di Misery.

 

IL GIOCO DI GERALD

Jessie, che si sveglia solo per precipitare dentro un incubo, dal quale si direbbe impossibile uscire…

 

CELL

Clay Ridel e il figlio John: a volte gli excipit dei romanzi di King non mi hanno convinta, ma questo è particolarmente toccante: cosa non si farebbe per il proprio figlio?

E si potrebbe continuare a lungo…

 

 


Ci…sentiamo su Letteratitudine a proposito dell’ultimo libro di King

novembre 21, 2011

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2011/11/21/22-11-63-stephen-king/#comments

Rilancio qui il post di Massimo:

Se fosse possibile cambiare la storia, tu lo faresti?

Questa domanda è posta su una delle bandelle laterali del nuovo romanzo di Stephen King: “22/11/’63” (Sperling & Kupfer, 2011, pagg. 767, traduzione di Wu Ming 1). Il titolo è una data. La data è quella dell’uccisione del Presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy.
Vi riporto la scheda del libro…

Jake Epping è un tranquillo professore di Lisbon Falls, Maine, e il suo posto preferito per fare quattro chiacchiere è la tavola calda di Al. Che ha un segreto: la dispensa in realtà è un passaggio temporale, e conduce al 1958.
Per Jake è una rivelazione sconvolgente, eppure l’incredulità non gli impedisce di farsi coinvolgere nella missione che ossessiona il suo amico da tempo.
“Se mai hai voluto cambiare veramente le cose, Jake, questa è la tua occasione: ferma Oswald quel 22 novembre 1963. Salverai Kennedy. Salverai suo fratello Bob, e Martin Luther King; bloccherai le rivolte razziali. E forse eviterai anche la guerra in Vietnam. Basta che passi per la “buca del coniglio”, sul retro della tavola calda. Non importa quante volte l’attraversi: uscirai sempre sul piazzale di una fabbrica tessile di Lisbon Falls, ore 11.58 del 9 settembre 1958. E non importa quanto a lungo resti in quel passato: al ritorno, nel tuo presente saranno trascorsi due minuti”.
Comincia così la nuova esistenza di Jake nei panni di George Amberson e nel mondo di Elvis Presley, James Dean e JFK, delle automobili interminabili, del twist e del fumo di sigaretta che avvolge tutto. Un mondo nel quale Jake è destinato a conoscere l’amore e a sovvertire tutte le regole del tempo. Fino a cambiare il corso della storia.

https://i2.wp.com/www.gargoylebooks.it/site/sites/default/files/stephen-king-picture-3.jpgCon questo nuovo libro King si confronta con una delle idee più classiche della “letteratura di fantascienza”, riproposta più volte da tanti autori e ripresa spessissimo anche dal cinema: viaggiare indietro nel tempo (con tutto ciò che ne consegue). Ma si confronta pure con uno degli assassinii più celebri e sconvolgenti dell’intero Novecento (e non solo, direi, per gli Stati Uniti d’America): l’uccisione del Presidente John Kennedy (evento, anche questo, trattato innumerevoli volte in saggi, romanzi e film). Inoltre, il pretesto narrativo offre all’autore la possibilità di raccontare l’America di fine anni ‘50.

Che tipo di riscontri ha suscitato, e sta suscitando, questo libro? Tenteremo di scoprirlo nel corso del dibattito, anche grazie ai contributi a cui faremo ricorso.
Intanto vi anticipo queste parole, tratte dalla postfazione del libro firmata dallo stesso King: “Più di mezzo secolo è trascorso da quando John Kennedy fu assassinato a Dallas, ma restano due interrogativi: fu davvero Lee Harwey Oswald a premere il grilletto, e se sì, agì da solo? Nulla di quanto ho scritto in ‘22/11/63 risponderà a tali domande, perché il viaggio nel tempo è solo un’interessante simulazione”.
Ovviamente i temi trattati da questo romanzo si prestano benissimo a essere discussi. Riprendo, dunque, la prima domanda (quella con cui ho iniziato il post)… e ne aggiungo altre (invitandovi a fornire le vostre risposte).

1. Se fosse possibile cambiare la storia, (magari con l’intento di evitare eventi tragici)… sarebbe giusto farlo? Sarebbe lecito? Sarebbe “morale”?

2. Voi lo fareste?

3. Se sì, quale elemento della storia cambiereste?

4. A prescindere dalle influenze sul corso della Storia, se aveste la possibilità di tornare indietro nel tempo… in quale anno vorreste ritrovarvi? E perché?

5. Qual è la vostra opinione sull’assassinio di John F. Kennedy?

6. Conoscete Stephen King? Lo avete mai letto?

7. Se sì, quale dei suoi libri giudicate il migliore?

Questo post ci dà la possibilità di ragionare e discutere su tematiche (a mio avviso) molto interessanti e, contestualmente, di approfondire la conoscenza (e di scambiarci pareri) su uno dei romanzieri più noti e letti del pianeta. In questi anni Stephen King ha scritto all’incirca 50 romanzi e 400 racconti, ha venduto 350 milioni di libri in tutto il mondo e ha ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner e Frank Darabont. Nell’ultimo decennio ha ottenuto importanti riconoscimenti da parte della critica: nel 2003 gli è stata assegnata la National Book Foundation Medal per il contributo alla letteratura americana e nel 2007 l’associazione Mystery Writers of America gli ha conferito il Grand Master Award.
Come già accennato, nel corso della discussione conto di segnalare (e chiedo, in tal senso, anche il vostro aiuto) le più interessanti opinioni su “22/11/’63” espresse sui più importanti magazine e quotidiani. A fine post, invece, troverete il booktrailer del libro.
La scrittrice e poetessa Gabriella Rossitto, grande conoscitrice delle opere di Stephen King, mi darà una mano ad animare e moderare il dibattito.
Come sempre, vi ringrazio in anticipo per la vostra partecipazione… che spero possa essere ampia e appassionata.

Massimo Maugeri

http://www.stephenking.com/promo/11-22-63/uk_dust_jacket/

L”intervista a Wu Ming 1, il traduttore, sull’ultimo libro di King:

http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM1_Fahrenheit_221163.mp3

LEGGI LE RECENSIONI:

http://www.sperling.it/app/sperling/libro/scheda?isbn=978882005135


E dunque stai arrivando, Stephen, amormio?

novembre 7, 2011

/http://www.stephenking.com/promo/11-22-63/announcement

 


The Dome

novembre 14, 2009

 

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Dall’assolo -o quasi- in prima persona di Mr. Freemantle (a proposito, vuoi lasciarmi o no? posso per favore sapere che fine fai?) a un libro nuovamente corale, zeppo di personaggi.

Sul comodino, nell’infinita pila che cresce.

 

The Dome, la cupola, è la riscrittura di un romanzo che Stephen King tentò di realizzare per ben due volte tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, con i titoli The Cannibals (romanzo inedito e incompiuto di circa 450 pagine scritte a mano) e Under The Dome. Come ha dichiarato lo scrittore sul suo sito ufficiale, le due opere incompiute “sono stati due tentativi molto differenti di utilizzare la stessa idea: come si comportano le persone quando sono tagliate fuori dalla società di cui hanno sempre fatto parte? Mi ricordo che The Cannibals, come Needful Things, era una specie di commedia sociale. Il nuovo Under The Dome è stato completamente riscritto”. Il nuovo romanzo include solo il primo capitolo della versione del 1980.

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per il trailer del libro e l’intervista a King:

http://www.simonandschuster.com/multimedia?video=46697674001

e per la trepitosa copertina interattiva:

http://www.simonandschuster.com/specials/stephen-king/UTD-ICr.swf


DUMA KEY

luglio 23, 2009

Sono alle prese con Mr. Freemantle, Edgar Freemantle, sopravvissuto a un incidente che lo ha menomato,  esaltatando però alcune capacità.

Tornano qui la preveggenza, lo shining di kinghiana tradizione, ma torna il “potere dei luoghi”, già presente altrove.

Può un semplice scorcio di mondo racchiudere in sé una forza tale da sconvolgere esistenze?

Duma Key può farlo, nel bene e nel male, tramite l’intensità creativa, che guarisce e uccide al contempo.

Edgar vive la sua “seconda vita” come a tutti piacerebbe fare dopo che un uragano è passato a salutarci; scava dentro di sé, elicitando inaspettate potenzialità, salvando se stesso e gli altri.

Intanto ecco a voi l’incipit e, quando approderò a pagina 740, vi saprò dire.

“Si comincia con uno spazio bianco. Non dev’essere necessariamente carta o tela, ma secondo me dev’essere bianco. Noi diciamo bianco perché abbiamo bisogno di una parola, ma la definizione giusta è <niente>. Il nero è l’assenza della memoria, il colore del non ricordo.”


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