PREMIO FORTUNATO PASQUALINO II EDIZIONE

maggio 30, 2010

 

PER LE FOTO:

http://www.facebook.com/album.php?aid=2050125&id=1594816685&l=465a26b42c


Premio Fortunato Pasqualino

maggio 28, 2010

BUTERA

29 maggio 2010

 

          

 

Benvenuto e saluti di:

Luigi Casisi, Sindaco Comune di Butera

Raffaele Lombardo, Presidente della Regione Siciliana

Gaetano Armao, Assessore Regionale Beni Culturali e dell’Identià siciliana

Pier Carmelo Russo, Assessore Regionale dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità

Pino Federico, Presidente Provinciale Caltanissetta

Carmelo Labbate, Presidente del Consiglio Comunale di Butera

Giovanna Donzella, Assessore alla Cultura Comune di Butera

Giuseppina Carnazzo, Dirigente Settore Cultura del Comune di Butera Vera Ambra, Presidente Associazione Akkuaria

 

Programma

Omaggio a Fortunato Pasqualino a cura di Alessandra Nicotra

 

Teatro di Fortunato Pasqualino

Recitazione a vista, con i pupi siciliani dal Pinocchio alla Corte di Catlo Magno

con Cettina Maccarone, Nino Amico, Saretto Napoli, Michele Insanguine

 

Ospite della serata l’attore Emanuele Puglia 

 

Nel corso della serata sarà presentata la Mostra Fotografica

Presenze e paesaggi” di Giuseppe Ferreri


FU QUESTO UN POETA

maggio 22, 2010

 

 

Fu questo un poeta – colui che distilla

un senso sorprendente da ordinari

significati, essenze così immense

da specie familiari

morte alla nostra porta

che stupore ci assale

perché non fummo noi

a fermarle per primi.

Rivelatore d’immagini,

è lui, il poeta,

a condannarci per contrasto

ad una illimitata povertà.

Della sua parte ignaro,

tanto che il furto non lo turberebbe,

è per se stesso un tesoro

inviolabile al tempo.

 EMILY DICKINSON


Canto di Penelope alla nota salva nei mandorli

maggio 17, 2010

 

 

Sono Penelope, e da bambina

guardavo le barche svolgersi

nel mare e dispiegarsi

all’assorta larghezza

dell’onda, e in quel movimento

mi perdevo, finché non lo sentivo

riecheggiarmi nelle braccia

il diradato volo, e assoluto, degli

stormi tempestosi. Fu lì

che conobbi per la prima

volta l’assenza, un’assenza

così atroce che nascere non può

se non dal fondo di se stessi

– la linea dell’onda era ferma,

e io mi contenevo nelle braccia,

attendendo un suono.

Donna, ti guardai andare

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con lo stesso riserbo, lo stesso

cuore di ferro, contenuta nella

fermezza di Itaca che resta. Non

potevo pensare all’inespresso

dei nostri corpi ch’era rimasto

non respirato, benedetto

dal respiro. Ritornai sulla

croce delle braccia, allungandomi

nel fiato innalzato degli alberi

che nella madida limpidezza

del loro balsamo segreto

dicessero per me, sulle tue

braccia, il solo amore.

In quegli anni divenni

uomo e donna per

sopravvivere, ché Itaca

si reggeva su di me,

sulle mie ossa – e quando

primavera giungeva

in fine, ed estenuato,

e rugiadoso arpeggio

tra i petali, l’insostenibile

delicatezza di quella nota

tornava con la vita

a smuovere

la mia fragile apnea – a ogni

nervatura

mi pronunciava.

ROBERTA LENTÀ


LE MINE VAGANTI

maggio 9, 2010

 

Mine vaganti è un film di Ferzan Ozpetek del 2010, con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Massimiliano Gallo, Carolina Crescentini. Prodotto in Italia. Durata: 110 minuti. Distribuito in Italia da 01 Distribution a partire dal 12.03.2010.

 

Gli amori impossibili non finiscono mai…

Locandina italiana Mine Vaganti

 

“Non farti mai dire dagli altri chi devi amare, e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre.”

 

Diversità e  normalità, emarginazione e integrazione, si rincorrono, con leggerezza, ma in ampi territori di riflessione, nell’ultimo film di Ferzan Ozpetek.

La figura più naturale è quella della sorella che alla rivelazione ulteriore reagisce con un:

-Ci ho pensato, sai? io non sono gay!

Lo sguardo di Alba, Nicole Grimaudo, è lungo e dolente. Consapevole dell’impossibile, che ha voce e occhi che mai le apparterranno, è quello di tutti gli innamorati non corrisposti:  “gli amori impossibili non finiscono mai” si sentenzia a un certo punto…. e chi può smentirlo?

Un figlio gay, o un figlio prete, in partenza per le Missioni, o un figlio drogato, o un figlio omicida, o un figlio con un cancro ( elenco senza fine…):  cosa spaventa di più un genitore? L’idea della diversità (da sé, dal mondo) o l’idea che un figlio possa soffrire?

Mi chiedo quale sia la maggiore paura, se inglobare una innegabile parte di sé come diversa da sé o temere che proprio quella parte di se stessi, la migliore si presume, non sia più riconoscibile.

Mi veniva in mente guardando le immagini – io unica spettatrice, un intero cinema per me-  il padre di Brancati che si confronta con l’impotenza del figlio, anche lì un’onta insanabile, a cui si sacrifica persino la propria vita…. rimediare, nascondere soffocare. Eccolo il padre ( un bravissimo Ennio Fantastichini) che ostenta la sua risata nel bar della piazza e soffriamo con lui perché sappiamo che quella stessa risata a breve si tramuterà in un imbarazzante pianto.

Si sente che il padre schiaffeggerebbe il figlio,  per fargli passare la “malattia”; eppure vorremmo noi schiaffeggiare quel padre che non capisce, farlo rinsavire, fargli aprire le braccia per accogliere il figlio, che è e resta per sempre suo figlio.

Perché essere genitori è per sempre, per tutta l’intera esistenza, senza vacanze o sottrazioni di responsabilità.

Persino la madre, che vorremmo supporre complice, con un filo di speranza chiede: ma si può guarire da questa cosa?

Guarire dall’omosessualità? Ah! Ma guarire dai pregiudizi? Sì, questo si può!

 


THE HOURS

maggio 9, 2010

 

The Hours è un film del 2002 diretto da Stephen Daldry, basato sul romanzo di Michael Cunningham vincitore del premio Pulitzer Le ore.

Poster The Hours

“ La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.”

Un libro, tre donne, in un film tessuto sull’inquietudine del genio, che non si accontenta, non si adegua, cammina sempre sul limite, su un argine fragile che nessuno vede…

Non so il perché, ma mi è stato inevitabile accostare Virginia Wolf e Sylvia Plath, due scrittrici che amo, vittime di un mondo arido.

FOGLIA DI FIUME

C’è sempre un libro da finire

tazze di latte da scaldare

una torta sontuosa da infornare

che tutto almeno sia perfetto

quando abbandonerai la scena

le tasche piene di sassi

preziosa donna già dimenticata

e mai abbastanza amata.

Non puoi scivolare con dolcezza

foglia di fiume onda delicata…

A Virginia, a Sylvia, alle altre.

 

LIMITE

La donna ora è perfetta.
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.

È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

(5 febbraio 1963)

 SYLVIA PLATH


Di che si vive?

maggio 8, 2010

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Di acqua e di respiro
di passi sparsi
di bocconi di vento
di lentezza
di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro
di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti
di come fare
di come dire
di come fare a capire
di alti
di bassi
battiti del cuore
fasi della luna
e ritmi della terra
di intelligenza
di intermittenza
si vive di danze
di ballo sociale
di una promessa
di un faccia differente
di mediocri incontri
di bellezze
di profumi ardenti
di accidenti
rotolando si gira, si balla
si vive, si fa festa
quella, questa
si picchia forte col piede
nella danza
e si sbaglia il passo
si vive di fortune raccontate
e di viaggiare
e si cammina stanchi 
e di lavoro
e opposizione
e corruzione
si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti
di fuochi desiderati
si vive di pane
di speranza di bere
un vino buono per l’estate
rotolando si vive
di discorsi leggeri
cori
di maschere notturne
canto e discanto
e giù divieti
e oli sulla pelle
e sorrisi di fantasmi
e fantasmi fotografati
e giù campane annuncianti
si vive di sguardi fermi
di risposte folgoranti
di lettere partite
che aspettiamo in cima al mistero
di essere così soli.


Di questo si vive
e di tant’altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.



IVANO FOSSATI